Epoca post-ideologica

July 12th, 2015 § Comments Off § permalink

Questa doveva essere un’epoca post-ideologica, forse la prima della Storia: razionale, pragmatica, trasparente, senza fumisterie.

Così ce l’avevano “venduta” alla caduta del comunismo. Perché – si diceva – era da lì che venivano, direttamente o indirettamente, i veleni dell’ideologia. Venivano dai dogmi del marxismo, della lotta di classe, dal socialismo – reale o irreale che fosse – che avevano condizionato e sconvolto il naturale affermarsi del progresso sociale. Così, ritornati ai “valori (i valori della libertà, dei diritti civili, della democrazia universale, dell’iniziativa privata, dello Stato ridotto a moneta e polizia) un’età dell’oro concreta e produttiva si sarebbe affermata, basata sulla rivoluzione tecnologica, sulla solidarietà umanitaria dell’Occidente verso gli altri Paesi, su un abbattimento dei confini…

Si vede bene come sta andando. Il mondo si frantuma. Emergono blocchi contrapposti, l’Impero si sta facendo via via più rabbioso e “dividente”, gli sciovinismi si ripresentano sempre più arroganti. E, soprattutto, le classi dirigenti occidentali, ben supportate dalla subalternità plaudente di gran parte del mainstream informativo, sono più ideologiche che mai, arbitrarie, indisponibili alla mediazione, dogmatiche e invasive.

Il caso greco ne è la dimostrazione, problemi che avrebbero potuto essere risolti con mediazioni politiche diventano questioni di principio, ambiti non trattabili per la paura che ogni cedimento, piccolo o grande, comporti l’inizio di una frana, il tracollo di ogni posizione acquisita, la scoperta generale che il Re, ancora una volta, è nudo.

Nulla lega l’Europa in questo momento – e l’intero Occidente –  più che la rigida meschinità e la cecità egoista dei suoi leader.

Complottismi… (e guerra)

June 17th, 2015 § 0 comments § permalink

… ma come si fa?

Come si fa a non prestare attenzione alle narrazioni dei tanti “oscuri complottisti” quando coloro che dovrebbero informarci in modo trasparente, alla luce del Sole, mescolano senza ritegno falsità e ignoranza nei loro racconti? Dalle bizzarrie di tanto complottismo è facile difendersi, ma dalle menzogne del mainstream, che canta in coro, come proteggersi?

Lo storytelling mediatico dominante ha obiettivamente raggiunto uno straordinario livello di densità e pervasività. La maggioranza delle immagini della “realtà” provenienti da quasi tutti gli organi di informazione e delle classi dirigenti occidentali appare non soltanto deformata ma assolutamente non credibile, menzognera, illusoria, asservita a interessi di parte, a subalternità culturali, a convenienze economiche.

La Storia è sempre stata piena di false flags ma mai come oggi – soprattutto nella politica estera – gli inganni sembrano quotidiani, continui, impuniti grazie alla crossmedialità, alla potenza della suggestione delle riproduzioni digitali e soprattutto alla sostanziale assenza in Occidente di opposizioni radicali organizzate: ormai, prima ancora di commettere imbrogli, violenze o crimini si pensa a come dissimularli offrendo scenari di cartapesta che raccontano storie marginali, brandelli di verità decontestualizzati, frammenti di notizie. E i massmedia seguono quasi sempre in modo acritico e fedele. Ne consegue un processo di generale confusa delegittimazione.

Sembra uno scenario prebellico. Perché la guerra, quando le classi dominanti si sentono assediate e iniziano a perdere la presa sul potere, appare sempre una comoda soluzione definitiva.

 

Tempi di crisi

June 13th, 2015 § 0 comments § permalink

Nei periodi di crisi le grandi narrazioni sociali si avvalorano o si invalidano con crescente rapidità.

Nessuna viene data più per scontata e tutte devono confrontarsi direttamente con gli avvenimenti, con le situazioni materiali, con i “fatti”. Quelle che sembravano più solide (una per tutte, il progetto europeo) si possono di colpo incrinare e rapidamente frantumarsi. E altre – in apparenza approssimative, minoritarie, da molti in precedenza considerate inaccettabili o inverosimili –  d’improvviso possono invece dimostrarsi funzionali, utili, vincenti – ovviamente fino a quando funzioneranno (per esempio quella della necessità di tornare agli Stati nazionali). E nel corso di questi scontri di visioni e prospettive settori interi della società si spostano da una parte all’altra della barca modificandone la rotta anche senza esserne al timone. O addirittura possono ribaltarla.

I fatti non esistono senza rappresentazioni narrative. Sono le narrazioni che li incorniciano, che li inseriscono in catene di causa ed effetto, che ne costruiscono il senso e danno loro una prospettiva. Le grandi narrazioni possono essere supportate da massmedia pervasivi, da interessi radicati, da equivoci e illusioni profonde. Ma quando negano quelle piccole e quotidiane, banalizzandole, pretendendo di cancellarle, irridendole la battaglia può diventare durissima, devastante. Quel racconto pervasivo che prometteva benessere per tutti, solidarietà comunitaria, aiuto dei forti ai deboli in nome di una condivisa identità europea si è dimostrato di straordinaria inverosimiglianza. La grande narrazione si è dimostrata falsa, ipocrita, menzognera. C’è da stupirsi che molti ne cerchino altre? E c’è forse da stupirsi nel fatto che i narratori che hanno costruito le loro carriere su quelle narrazioni fallimentari stiano perdendo tutta la loro credibilità?

 

Valori al G7? Quali valori?

June 10th, 2015 § 0 comments § permalink

“… this is a community of values. And that is why Russia is not among us…” ha detto Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo, inaugurando la recente riunione dei G7 in Baviera.

Lasciamo perdere le questioni politico-diplomatiche con la Russia e restiamo al tema dei valori condivisi. Quali sarebbero questi valori unificanti del G7 e della Commissione Europea? Come si sono esplicati? In una leadership morale? In una tensione verso un mondo più giusto e meno violento? In un rispetto di ogni cultura? O piuttosto invadendo l’Irak, bombardando la Libia, armando l’Arabia Saudita che sta radendo al suolo lo Yemen, sostenendo e legittimando acriticamente Israele, finanziando ovunque destabilizzazioni e guerre civili, salvando banche e demolendo lo Stato sociale ecc.?

A me sembra che il G7 sia una comunità di disvalori. E in particolare del disvalore dell’ipocrisia.

La faccia gentile dell’Impero…

June 9th, 2015 § 0 comments § permalink

… e l’etica di chi la diffonde.

Mi domando spesso quale sia il sentimento interiore di quei redattori della Repubblica, del Corriere, della Stampa ecc. ecc. quando, quasi quotidianamente, ricevono l’ordine (o lo fanno spontaneamente? ne dubito…) di mettere in pagina quella sequela di fotografie vezzose, carine e simpatiche di Obama e consorte che compaiono, specie prima di incontri internazionali, sui siti online dei loro giornali. Il Presidente in ginocchio su un tappeto della Casa Bianca che gioca con un bambino, che chiede una bella birra in Baviera, che si mangia un hotdog tra cittadini sorpresi ed entusiasti, che scherza con un invalido in carrozzella ecc. ecc. E la moglie che tiene un corso di ballo, che insegna ai bambini a mangiare sano, che indossa risparmiosa un vestito già indossato ecc. ecc.

Con che spirito il redattore – l’ultima ruota del carro? – si mette a scegliere le foto che arrivano dall’ufficio stampa della Casa Bianca, o dall’ambasciata americana o da altre fonti, e ogni volta, giorno dopo giorno, pubblica quella che gli sembra più simpatica forse fingendo, a se stesso, di fare un neutrale servizio di informazione? Si rende conto che, nel suo piccolo, contribuisce con un suo tassellino alla perenne guerra politico-economica di una struttura di potere globale che, per mantenere  le sue posizioni o accrescerle, utilizza in parallelo pervasivo soft power narrativo e devastante hard power militare? Agisce in modo del tutto inconsapevole o pensa al mutuo da pagare?

La linea politica di un organo di informazione ormai si comprende meglio dal modo in cui vengono gestite le immagini piuttosto che dal testo degli articoli.

Eccomi di nuovo…

January 17th, 2014 § Comments Off § permalink

Finalmente…

Finalmente riapro questa mia pagina (da lungo tempo ahimè trascurata) per segnalare l’uscita di un mio nuovo testo, scritto con Maurizio Matrone, Narrativa d’Impresa – Per essere ed essere visti (Franco Angeli Ed.). Prossimamente scriverò qualche nota a riguardo.

Del libro si parlerà comunque in un prossimo incontro – dal titolo Le metamorfosi del narrare: tra cultura del progetto e multimedia – con alcune delle persone che hanno partecipato al progetto: Giampiero Comolli (scrittore e saggista studioso di spiritualità e religioni) Maurizio Matrone (scrittore e formatore d’azienda) Massimo Tafi (esperto di Pubbliche Relazioni e consulente politico). Sarà presente, per un saluto istituzionale, la prof.a Marisa Galbiati.
L’appuntamento è per giovedì 23 gennaio, 2014 alle 14.30, nell’aula CT60 del Campus Durando del Politecnico di Milano, via Durando 10, edificio 8.

 

Erasmus per adulti…

May 17th, 2012 § Comments Off § permalink

… o del ministro nel Connecticut.

Dunque il ministro della Giustizia Paola Severino è volata fino nel Connecticut per imparare a come sfoltire la popolazione carceraria ( ce lo dice Maurizio Molinari sulla Stampa del 15 maggio u.s. - http://www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/giustizia-il-ministro-severino-in-connecticut-a-lezione-di-svuota-carceri ). Un viaggio molto istruttivo, a quanto pare.

In effetti sembra tutto molto ragionevole: quello Stato è uno dei più liberal degli USA, ha appena abolito la pena di morte e, se ha 16.000 detenuti, pare ne avrebbe il doppio senza sagaci leggi sul reinserimento che hanno un successo del 58%. Parlando con Leo Arnone, titolare del Dipartimento alle carceri, il ministro “fa domande tecniche, prende appunti e si dimostra ferrata sulle leggi del Connecticut “. Dice di essere in visita perché quello Stato è “un modello di successo negli Stati Uniti”: i suoi 16 penitenziari sono puliti, senza troppe restrizioni fisiche e insieme dal ferreo regime di sicurezza.  Arnone le spiega che le prigioni servono a riabilitare, non a sfornare criminali come quelli che sono entrati,  e che per il reinserimento degli ispanici e degli afroamericani è determinante la collaborazione delle Chiese. E aggiunge che i buoni risultati non sono stati ottenuti con leggi lassiste bensì con l’esatto contrario, con norme molto conservatrici per cui assai raramente il condannato esce prima del termine. Al termine dell’incontro, avvenuto nel Garner Correctional Institution, la Severino ringrazia per quanto “ha visto e ha imparato”.

Una notizia edificante. In apparenza. Perché per valutarla forse bisognerebbe ricordarsi di contestualizzarla. Per esempio guardando quanti sono gli abitanti del Connecticut: soltanto 3.500.000. E il suo reddito medio: 54.000 dollari all’anno ( procapite è al primo posto negli USA ). Se in Italia avessimo gli stessi tassi di carcerazione ci sarebbero circa 280.000 detenuti. Adesso sono soltanto 65.000. ( In altre parole, nel Connecticut è detenuta circa una persona su 218, in Italia 1 su mille ). E uno va nel Connecticut per imparare a sfoltire la popolazione carceraria? Meno male che quello Stato è uno dei più liberal… liberal soltanto negli USA. Meno preda di una “ossessione securitaria” degli altri ( in tutti gli Stati Uniti la percentuale di carcerati è di un detenuto su 125 abitanti, in Italia sarebbero mezzo milione… ). Ma perché mai il ministro non fa un volo molto più breve e se ne va a vedere e imparare in Paesi europei che, pur non essendo paradisi, presentano condizioni di vita carceraria migliori dell’Italia e del Connecticut?

Forse sono altre  le vere motivazioni di questo Erasmus ministeriale. Una subalternità culturale agli Stati Uniti? La convinzione che i problemi delle carceri si risolvono “con leggi ferree”? Necessità di relazioni internazionale con una forte comunità di origini italiane?

Un classico caso di narrazione deformata.

P.S. Di certo la battuta finale dell’articolo fa ricordare che al giornale non si dimentica mai la voce del padrone…

Narrazioni di distruzione…

April 27th, 2012 § Comments Off § permalink

… di massa.

Se vi interessano le tematiche che interessano a me, e che di norma cerco di trattare in questo sito – sia pure in modo un po’ discontinuo – vi consiglio la lettura dell’ultimo Quaderno Speciale di Limes (“Media come armi”, A.4 n°1). In sintesi vi si afferma, e in modo assai articolato, che i media ( e il Web in particolare ) rappresentano ormai il vero grande terreno di confronto sul quale oggi viene combattuto lo scontro globale tra le Potenze occidentali e quelle emergenti. E si sostiene che superpotenza americana – ormai svanite le illusioni di totale dominio unipolare economico-militare della Terra degli anni scorsi – punta, per mantenere la propria pericolante egemonia in una prospettiva di full power spectrum, a un ferreo presidio del cyberspazio: il mondo digitale diventa così un quinto terreno di confronto (dopo terra, mare, aria e spazio extra-terrestre ) al contempo civile ma per molti aspetti già bellico dove si svolgono confronti durissimi ma per ora poco visibili alle opinioni pubbliche.  Insomma, all’hardpower delle armi tradizionali si sta sommando (non sostituendo) il softpower (o meglio, lo smartpower) delle guerre mediatiche e ideologiche: e anche su questo terreno gli USA non vogliono cedere.

Il livello della riflessione degli articoli è complessivamente buono, e sconcerta accorgersi quanti anni-luce separino queste analisi teoriche rispetto alla confusa pratica quotidiana della maggior parte di giornalisti ( e politici ) che sembrano apparentemente vivere in un lontano passato in piena inconsapevolezza. Ma forse non è così, e molti di essi vivono ben immersi nel presente Per questo viene il dubbio che, se essi mostrano di capire poco o punto quanto sta accadendo, ciò avviene soprattutto per un motivo: fingere di non capire è più comodo, meno pericoloso e quotidianamente più remunerativo del far capire di aver capito ( perché i collettori mainstream di sotto-notizie web, per esempio, si basano spesso sui vecchi metodi della clientela e del denaro).

Nella quinta dimensione, quella appunto del cyberspazio, mi sembra si combattano due conflitti principali, strettamente intrecciati e con ricadute dirette o indirette negli altri domini di potenziale confronto bellico. I due conflitti sono quello mediatico e quello propriamente ideologico. Lasciamo per ora da parte il secondo e parliamo soltanto del primo. Attraverso l’uso sistematico dello storytelling e proclamando ai quattro venti una sorta di democrazia universale che il Web garantirebbe nella produzione di news e nell’accesso alle stesse, si sono ormai costruiti schermi virtuali e avvolgenti su cui, alla velocità della luce, vengono proiettate rappresentazioni di realtà totalmente false e deformate ( si vedano le falsificazioni sistematiche nel caso siriano ben raccontate da Margherita Paolini ). Rappresentazioni di realtà al contempo aumentate e distorte, prive di proporzioni, deprivate di continuità spazio-temporale ( come i quadri allegorici dei pittori rinascimentali ) ma fortemente emotive e quindi riprese in modo “stolto” dai media, che ricadono nello stesso “errore” da anni e sembrano non trovar mai la capacità di filtrare criticamente ciò che riportano ( o, come detto, forse spesso non vogliono ). Rappresentazioni, ancora, che si susseguono con una esponenziale velocità di sostituzione che vede qualunque opera di smascheramento giungere sempre in ritardo ( per questo la critica a prima vista appare inutile soltanto perché vecchia) e la cui persistenza oggettiva sfugge alla memoria di chi le consuma: di esse rimangono – grazie a un effetto quasi subliminale – soltanto sensazioni e non dati. Difendersi al singolo sembra impossibile perché egli si ritrova al centro di un bombardamento “shock and ave” (colpisci e sgomenta, tecnica specificamente militare) a cui non ha modo di reagire. Il risultato è una perdita di spirito critico di massa, considerando una massa come una somma di singoli individui.

Esiste possibilità di opporsi a questa deriva? Speriamo di sì. Certo appare  indispensabile costituire punti di resistenza collettivi sia per resistere a queste ondate sia per riemergere non appena esse mostrano crepe o insufficienze. Perché la velocità stessa della produzione di queste narrazioni distruttive le rende friabili, acide e alla fine talmente  false rispetto a quanto accade nella vita quotidiana ( si pensi alle narrazioni economiche neo-liberiste a confronto con la crisi) da risultare inaccettabili a livello di massa. E soprattutto confidare che, alla lunga, gli autori di queste finzioni – come tutti i narratori abili a travestirsi ma presto inebriati dalla propria capacità di imbrogliare – rimangano prigionieri delle loro stesse bugie.

Dagli all’untore!

March 27th, 2012 § 0 comments § permalink

Capri espiatori contemporanei.

Il meccanismo sociale attraverso il quale, nei secoli, innumerevoli comunità umane hanno costruito un capro espiatorio su cui rovesciare rabbie e paure è ben noto. Qualcuno ( a volte completamente innocente, a volte colpevole ma per colpe molto più banali ) per un insieme di circostanze – occasionali o ben volute dal Potere – diventa agli occhi della maggioranza il responsabile di tutta una serie di drammi, disastri, tragedie, crimini. Vi è una funzione “sfogatoria” in questo suo ruolo: un gruppo sociale non riesce “strutturalmente” a difendersi da una minaccia o da un pericolo e tutta quell’angoscia si riversa, ben guidata da gruppi interessati, su qualcuno da sacrificare. Da punire. Da maledire. Da fare a pezzi. Da distruggere. Un tempo i capri espiatori erano gli eretici, gli untori, i dissacratori dei “supremi valori”; ma anche interi popoli, etnie, gruppi politici. E i roghi, gli smembramenti, le impiccagioni erano grandi spettacoli pubblici molto popolari che concludevano narrazioni orrende e tenebrose.

Nella seconda metà del Novecento parve, quanto meno nel mondo sviluppato, che questo meccanismo venisse utilizzato in misura minore. Il conflitto della Guerra Fredda sembrava portare soprattutto su un livello politico, forse molto sanguinoso ma meno irrazionale, la ricerca del “colpevole” dei guai generali. In ogni caso, alle costruzioni di capri espiatori importanti settori della società reagivano criticamente.

Da una ventina di anni invece sta tornando ad essere un format fondamentale delle grandi narrazioni sociali. Ogni giorno qualcuno, ormai, porta la colpa dei malesseri delle “invasioni di locuste” contemporanee  o delle improvvise moderne pestilenze. Se questo qualcuno non ha una sufficiente forza o non gode di sufficienti protezioni per opporsi alla stigmatizzazione dei media o delle istituzione del Potere, ebbene, costui non ha speranza, la Colonna Infame è già pronta per lui ( o per loro ).

Negli ultimi anni Rom, Romeni, Albanesi, lavavetri, Vu Cumpra’, clandestini, mussulmani sono stati via via i capri espiatori ai disastri del potere politico e delle sue ruberie. Il Potere ti ha continuato a dire di guardare in basso – e di vedere in loro le cause dei disastri sociali, della violenza, della ingiustizia – e mai in alto, nelle classi dirigenti corrotte e violente. E soltanto gruppi ristretti della società cercavano di opporsi a queste narrazioni che, basandosi spesso su dati parziali o inessenziali, indicava di volta in volta “mostri” da schiacciare ( e spesso venivano schiacciati per davvero ).

Ma ormai la “domanda sociale di capri espiatori”, alimentata da un malessere che appare irreversibile e ben nutrita dalle classi dirigenti, risulta insaziabile. E tanto più le aree di crisi si diffondono e si articolano, tanto più l’offerta di capri espiatori si deve specializzare. Al disastro delle infrastrutture si risponde con la criminalizzazione dei No Tav; alla crescita degli squilibri sociali si replica con la carcerazione di massa ( un problema di tutto l’Occidente: i detenuti si sono moltiplicati per tre-quattro volte con meno reati ); all’insicurezza pubblica con la creazione di nemici lontani da fare a pezzi; alla bancarotta economica con la stigmatizzazione dell’egoismo sociale (!) dei pensionati o dei lavoratori dipendenti.

La costruzione del “mostro” Brega Massone sembra, per molti aspetti, ripercorrere le stesse millenarie regole. Per salvare quello che potrebbe apparire un sistema sanitario strutturalmente malato si costruisce, con maggiore o minore lucidità e coscienza, una grande orrorifica narrazione che identifica un “infame” sulla cui mostruosità deviare la rabbia generale ( e a questa operazione sembrano partecipare in molti, a volte forse con consapevolezza ma più spesso con semplice disattenzione, ingenuità, abitudine professionale, subalternità a strutturazioni ideologiche collettive, malinteso e decontestualizzato senso etico ). Per saperne di più – e giudicare davvero con la propria testa, fuori dalle deformazioni mediatiche – val la pena di ascoltare il processo su Radio Radicale  - http://www.radioradicale.it/searchx/www?scope=1&query=brega%20massone&groups=22,21,24 - e leggere il libro edito da Paginauno di Giovanna Cracco e Giovanna Baer –  http://www.edizionipaginauno.it/santa-rita-brega-massone-giovanna-cracco-baer.php ).

Noi dobbiamo accettare l’idea di vivere ancora – o di nuovo – immersi in narrazioni criminalizzanti, spesso costruite con abilità, a volte straordinariamente rozze, proprio come al tempo della caccia alle streghe o agli untori. Narrazioni di cui si perde, nell’inflazione informativa, il filo logico e delle quali non si riesce più a identificare gli autori. E per questo, per difendere il vero “bene pubblico”, dobbiamo sempre cercare di smontarle là dove sono infondate, rimanendo costantemente animati da un forte spirito critico.

Il futuro dell’Europa…

March 6th, 2012 § Comments Off § permalink

… è un fascio littorio?

Uno spot singolare, pagato con soldi pubblici europei. Una bella fanciulla è circondata da tre selvaggi nemici, molto bellicosi e molto esotici. Uno cinese, uno indiano, uno brasiliano. Curioso che ne abbiano dimenticato un quarto (un pugile o un wresler USA) e forse anche un quinto (un rude cosacco)…

Val la pena di guardarlo perché appare molto significativo ( è a metà pagina):

http://www.haisentito.it/articolo/spot-ue-suscita-polemiche-e-razzista/49869/

In questo caso non si tratta tanto di un messaggio razzista. Si tratta soprattutto di un messaggio di paura, della profonda paura delle attuali classi dirigenti europee. Abituate a un mondo-colonia, in cui l’asse euro-atlantico dominava popoli inferiori e incapaci, ora vedono come straordinarie minacce Cina, India e Brasile. Dimenticano che molti dei peggiori guai degli ultimi tempi vengono dagli USA ( ma questo non si può dire per motivi geostrategici ). E non scordano che la Russia è la potenza che ci fornisce il gas. E allora le paure vengono attizzate e canalizzate soltanto verso gli ex-Emergenti ora emersi. Ma che fanno quelli, non stanno più al loro posto?

Ecco allora la risposta di questi leader europei pure compattamente neoliberisti: uniamoci, noi che siamo bravi e belli ma piccoli, e li metteremo in riga tutti quanti. Una risposta con delle sfumature già un po’ fasciste…