Economisti-scienziati o economisti-narratori?

October 6th, 2017 § Comments Off § permalink

Viviamo in tempi confusi e sarebbe bene non lasciare tematiche come etica ed epistemologia soltanto ai filosofi. In tale ottica, non sarebbe il caso di invitare gli economisti che ancora si ritengono scienziati a cambiare pelle e dichiararsi narratori? Narratori vincolati ai dati di fatto e a cui ovviamente dovrebbero essere proibiti effetti speciali e pure invenzioni. Ma comunque narratori. Alla lunga ne ricaverebbero una maggiore stima, sia generale sia personale. Scendere dal presunto altare della scienza li aiuterebbe a scrollarsi di dosso l’aura di hybris che ormai li avvolge e li soffoca. Sembra una questione marginale e invece, a mio parere, è fondamentale, identitaria.

Per argomentare questo invito parto dalle definizioni di scienza. In verità sono così numerose che qui appare inevitabile ridurle a due, radicalmente opposte. La prima – minimalista – afferma che la scienza è soltanto una metodologia operativa atta a comprendere i codici regolatori di fenomeni e processi che si svolgono in ambiti definiti allo scopo di garantirne una predittiva riproducibilità. La seconda – massimalista – sostiene che la scienza è la sola pratica che permette agli esseri umani di avvicinarsi a una cognizione oggettiva (e dunque vera) della realtà. Tra queste due definizioni estreme si ritrovano infinite sfumate varianti.

La prima di esse trova probabilmente il favore anche di ristoratori e casalinghe: anche loro sono scienziati visto che saper cucinare ogni giorno spaghetti al dente nonostante le potenziali variabili (altimetria, sezione dello spaghetto, rapporto grano duro-grano tenero ecc.) è splendido frutto di una metodologia che permette riproducibilità predittiva nel campo della gastronomia.

Con la seconda si schierano, non sempre col necessario pudore, soprattutto i cultori di scienze dure (fisica, chimica ecc.). Eppure il pudore sarebbe doveroso visti i tanti potenziali conflitti di interesse che si nasconodono in questo atteggiamento. Ergersi a chierici unici custodi di una pretesa gnosi, e distribuire a piacere scomuniche e assoluzioni, porta infatti di solito grandi vantaggi a fronte di pochi rischi.

In questa sede limito l’analisi ai cultori delle cosiddette soft science (appunto economia e anche sociologia, psicologia ecc.): costoro possono riconoscersi seriamente in una delle due definizioni? No. E neppure nelle molte intermedie. Ovviamente da una parte sanno di non poter garantire predittive riproducibilità: negli ultimi anni molti di loro hanno ricevuto tante di quelle smentite alle loro profezie che non possono più autoingannarsi. E dall’altra non possono fingere di tendere alla verità assoluta, ovvero a una conoscenza oggettiva delle realtà umane che sono troppo sfuggenti e che, come sappiamo, dipendono da chi le guarda e cambiano con il cambiare dell’osservatore.

Ma insomma, perché tanti economisti (come pure sociologi, psicologi ecc.) continuano a definirsi scienziati? Non sarebbe il caso di ammettere finalmente che sono dei narratori? Non perderebbero di status, anzi. La parola narratore non è affatto sminuente, se ben intesa. Narrare non significa solo raccontare storielle (o favole, balle, bubbole ecc.) ma anche, su un piano qualitativo, saper descrivere scenari, identificare conflitti, mostrare contesti. Il buon narratore costruisce “strutture di senso” che come bussole possono aiutare gli altri a orientarsi nella realtà (rendendola viabile) senza l’illusione di spiegarla, possederla, asservirla, esaurirla, conoscerla oggettivamente grazie al possesso della verità. Una buona narrazione di un viaggio nella foresta tropicale risulta molto più utile per attraversarla di un esaustivo catalogo di botanica.

Per quale motivo sarebbe importante definirsi narratori e non scienziati?

Perché nessun narratore pretenderà mai che le proprie narrazioni siano oggettive, o che garantiscano la riproducibilità predittiva: chi si sente scienziato cade spesso in questa tentazione – e si arruola, senza ammetterlo, tra le vestali del sacro tempio che è proibito mettere in discussione. Un narratore invece è già contento che qualcuno lo stia ad ascoltare e che trovi interessante il suo racconto.

Economisti travestiti da scienziati hanno spacciato bubbole utili alla loro carriera imbellettandole con grafici e formule e presentandole appunto come “scientificamente provate”. Qualcuno di loro ora passa la maggior parte del suo tempo a rimuoverne la memoria; altri sono talmente infuriati con la realtà perché non si è adattata alle loro previsioni da andare a cercare oscure forze maligne che avrebbero alterato il corso altrimenti naturale delle cose. Fossero stati invece economisti serenamente narratori avrebbero mostrato meno sicumere allora e ora potrebbero riderci sopra e costruirebbero narrazioni finalmente utili.

Uno dei timori che frena nel dichiararsi narratori è quello di non essere presi più sul serio nelle Accademie o altrove perché il narrare sconfina spesso nel mito, nel mistero, nell’irrazionale, nel mistico, nel “populistico”. Non a caso la parola narrazione a volte viene utilizzata in certi seriosi dibattiti come un sinonimo di fake story (mentre gode ancora di favore se citata come storytelling o narrative: al solito, siamo provinciali…). A parte il fatto che anche la storia della “scienza” è strapiena di paradigmi esoterici di cui oggi si può soltanto ridere (ma che, quando erano in voga, risultavano molto utili al potere politico e alle varie lobby) è comunque bene ricordare che il narrare ha statuti deontologici disciplinari spesso molto più severi di quelli di certa scienza magari servile nei confronti di sponsor pubblici e privati. Il bravo storico è un narratore, non uno scienziato, ma sa che rischia grosso se, nelle sue ricostruzioni, vengono scoperte falsificazioni documentarie o errori di luoghi o date. Il buon medico (quello che non si finge scienziato) sa che le sue ipotesi narrative (diagnosi e prognosi) hanno il vincolo assoluto di basarsi sull’anamnesi del paziente e devono tendere, per quanto possibile, alla soluzione della sua patologia.

Il bravo narratore (purché sia onesto) mette la faccia su quello che dice e non può tirare il sasso e poi nascondere la mano affermando che lui è innocente da qualunque colpa perché non ha fatto altro che rappresentare oggettività. Il buon narratore (purché sia serio) sa che le analogie sono analogie e non identità e che il contesto modifica il significato del particolare (per questo non propone ricette USA in Congo). Egli sa (purché sia modesto) tacere o chiedere supporto a chi è più informato di lui in quasi tutti gli ambiti (cosa pensare di certi scienziati che spiegano come insegnare ai bambini delle elementari “perché loro sì che sono razionali e la sanno lunga” mentre le maestrine, poverette, non capiscono nulla di infanzia e apprendimento…).

Il buon narratore (purché sia legittimo) è un suggeritore. Pone molte domande e dà poche risposte. E in questo momento tanto complesso le collettività hanno bisogno di suggerimenti, non di ricette scritte senza sentire il parere degli interessati. Insomma, in questi tempi confusi abbiamo necessità degli interrogativi aperti di veri narratori, non delle risposte semplicistiche di pretesi scienziati.

 

 

 

Le Regine Mab di oggi

October 2nd, 2017 § Comments Off § permalink

Chi è la regina Mab in Shakespeare?

Mercuzio lo spiega all’amico Romeo.

Mab è la levatrice delle fate. Più piccola dell’agata dell’anello di un anziano, vola di notte sul naso degli uomini addormentati ben guidata da squadre di piccoli atomi. Ha per cocchiere un moscerino, e la sua carrozza è un guscio di nocciola lavorato da uno scoiattolo: zampe di ragno i raggi delle ruote, luci di Luna i filamenti, un osso di grillo il manico della frusta.

Mab, regina delle chimere, attraversa le notti insinuandosi nei cervelli di chi giace e li porta a sognare ciò che più desiderano e non possono realizzare. Mab lacera veli e prudenze: così i cortigiani immaginano universali riverenze, gli azzeccagarbugli prestigiosi onorari, le dame abbandonate baci sulle labbra, gli amanti l’estasi ingannevole dell’amore eterno… E tutti al risveglio ne pagano le conseguenze.

Angosciato da quelle parole, Romeo gli chiede di fermarsi.  Teme i miraggi, le utopie, le fate morgane: “Peace, peace, Mercutio, peace! Thou talk’st of nothing.”1

E allora Mercuzio, che è vero amico di Romeo e ne conosce la fragilità, accetta di fare un passo indietro e finge che le sue siano soltanto fantasticherie: “E’ vero, io parlo dei illusioni, figlie di un cervello sfaccendato, … generate da vana fantasia sottile come l’aria e più incostante del vento…”

Eppure Mercuzio è ben cosciente di parlare di cose serissime, sia pur celate nelle vesti sorprendenti di miraggi e chimere. Sente che si stanno avvicinando drammi: quello di Romeo e di Giulietta e il proprio. Sa che ai sogni d’amore eterno spesso segue la morte. Sa che al gioco eccitato spesso segue il delitto. La Storia ha bisogno di sangue, e l’immaginare senza lungimiranza costruisce un futuro di disastri. La rabbia del Destino non attende altro che gli uomini si perdano estatici ghiribizzi per sfogare i suoi risentimenti.

Oggi la Regina Mab non è più minuscola ma enorme e tentacolare. Ha mille voci e non seduce soltanto di notte ma anche di giorno volando negli spazi infiniti dei mondi virtuali. E gli uomini con i piedi nel fango l’adorano estasiati.

1“Basta, basta, Mercuzio, basta! Tu parli di niente.”

False notizie, false flags, blogger e uffici stampa ingannatori: i filtri e le verifiche nel giornalismo.

February 13th, 2017 § Comments Off § permalink

Mio intervento introduttivo al convegno per giornalisti tenutosi allo IULM di Milano il 10 febbraio 2017

“… L’idea di questo incontro è nata circa quattro mesi fa. Già allora mi sembrava interessante riflettere sul piano teorico e deontologico della tematica del conflitto in atto tra fronti contrapposti di attori dell’informazione, da una parte quello che sembra far capo al tradizionale Main Stream Media e dall’altra quello invece emergente nel mondo Internet. Un conflitto nel quale da tempo venivano scambiate accuse reciproche di produrre fake news e fake stories. In italiano siamo più sbrigativi e il termine che veniva e ancora viene prevalentemente è quello unificante e dall’etimologia vetero-contadina di bufale.

Ma in questi quattro mesi – e soprattutto dopo l’elezione di Trump – la contrapposizione tra questi due schieramenti (che ovviamente non sono così compatti) è andata approfondendosi. Sono emersi nel frattempo i concetti di post-truth e di alternative-truth su cui magari potremo tornare. Il MSM accusa molti siti Internet di menzogne sistematiche a fini economici o politici, di essere al servizio di interessi occulti, immorali, stranieri, inconfessabili, scopi cinici e truffaldini che disorienterebbero e confonderebbero l’opinione pubblica. Da canto loro non pochi siti di informazione “alternativa” e osservatori esterni ribattono che il MSM nel suo complesso non obbedisce più al suo ruolo istituzionale – che dovrebbe essere quello di una articolata e pluralistica attività informativa – ma sopravvive al solo scopo di servire élite varie (nazionali e internazionali) e di coprire con un manto di falsità sostanziale (dunque non piccole falsità ma colossali falsità) il disagio pubblico, l’emergere di una ribellione sociale, il giusto contraddittorio di idee ecc. E per questo tradimento, o soprattutto per questo, starebbe subendo un giusto tracollo di vendite e ascolti.

Insomma, ognuno dei due schieramenti (inizialmente sfrangiati ma che si stanno compattando, entrambi non privi di cosiddetti infiltrati, di quinte colonne, di whistleblower ecc. – c’è davvero di tutto…) accusa l’altro di essere spesso non “degno” della sua funzione sociale e di minare alla base la democrazia perché una libera informazione è alla base di una democrazia sostanziale. Accuse radicali e oggettivamente preoccupanti perché il sistema informativo non serve soltanto a realizzare un affresco del presente e del passato ma soprattutto a legittimare o delegittimare scelte future: le battaglie nell’informazione appaiono spesso come le grandi manovre prima delle guerre reali o degli interventi legislativi più decisi.

Mi sembra però che in questi quattro mesi non ci sia stato soltanto un ampliarsi e un radicalizzarsi dello scontro (ormai gli interventi sulla questione sembrano diventati una alluvione quotidiana) ma si sia verificato anche un salto di qualità. E’ comparsa infatti l’idea di censura. Un’idea non soltanto teorizzata ma ormai da qualcuno inizialmente praticata nel concreto di far tacere gli altri, di tagliargli le gambe. Una censura teorizzata apertamente da politici e organi istituzionali ma sotterraneamente sempre più attivata da gruppi che si autorappresentano come controllori della salute pubblica intellettuale. Con la motivazione di combattere il falso e l’odio in rete (che pure appare un problema ben diverso da quello del falso) costoro si stanno sedendo su un trono di Verità per ostacolare, per delegittimare e sabotare organi di informazione contrapposti. In questa strategia al momento sembrano particolarmente attivi alcuni settori del MSM che, alleati con ambienti politico-economici, o alle loro dipendenze, si sono messi a sparare con i grossi calibri. Attualmente esiste un’asimmetria di forze per cui il fronte opposto agisce soprattutto con tattiche di guerriglia peraltro non indolori. L’evoluzione del conflitto appare tutta da decifrare. Attendiamoci presto molte sorprese.

In ogni caso stiamo assistendo alle prime mosse di un’autentica guerra condotta da settori apparentemente inaspettati e con i travestimenti più legalitari.

Voglio ringraziare ovviamente l’OdG Milano che ha reso possibile questo incontro e tutti i relatori presenti che hanno gentilmente accettato il mio invito in cambio di niente. O meglio, in cambio soltanto della possibilità di portare un contributo a un dibattito collettivo etico e deontologico che a me sembra fondamentale.

Sono persone credo con approcci culturali e ideali differenti – non ci sono state particolari indagini – ma unite tutte dalla convinzione della necessità di una riflessione vera, profonda, aperta, non finta su questi problemi.

Penso che da loro potremo aspettarci considerazioni più profonde e sensate di quelle dei tanti ragazzini informatici – ragazzini di età o di testa – che purtroppo capita di sentire in convegni o leggere su certa stampa i quali spiegano quanto sia facile scoprire le “bufale” utilizzando qualche sito appena creato in California chissà da chi, e lo fanno parlando con un’ingenuità e superficialità (consideriamole tali) degne dell’estasi tecnofila per un nuovo modello di Iphone. Sulla capacità di disinformazione di questi tecnofili, più o meno voluta e cosciente, sembrano poggiarsi tanti progetti di censura digitale.

Questo convegno inizialmente aveva inizialmente nel titolo un riferimento a Rashomon, uno dei film-capolavoro di Kurosawa. La storia narrata parte da un tempio in rovina. Diluvia. Un monaco e un boscaiolo sembrano aspettare al riparo di un tetto rotto che smetta di piovere. Ma appaiono sconvolti. Sopraggiunge un viandante mezzo ladro. E i due iniziano a raccontare il motivo del loro turbamento. Il viandante-ladro li ascolta. Narrano di aver assistito al processo per l’omicidio di un samurai e la violenza carnale alla moglie del samurai da parte di un brigante presto catturato. Durante il processo tutte le versioni testimoniali dei protagonisti sono sostanzialmente diverse, quella del brigante, quella del moglie del samurai e quella… del samurai, che parla dall’oltretomba attraverso un medium. Chi ha detto la verità? O non l’ha detta nessuno? Oltretutto emerge che anche il boscaiolo ha assistito ai fatti e a sua volta il suo racconto forse è falso perché dopo l’omicidio ha rubato un prezioso pugnale del samurai…

Il film si conclude senza che noi spettatori si possa sapere chi dei quattro ha detto la verità. Non possiamo saperla perché nessuno l’ha detta, o forse qualcuno l’ha detta ma non sappiamo chi sia stato. La nostra condizione di spettatori del film diventa metafora della classica condizione umana del rapporto con il mistero della realtà e del suo caos. Perché di fatto la realtà attorno a noi non è ordinata. E’ conoscibile forse a frammenti sempre approssimativi e transitori, e chi ce la vuole raccontare ce la presenta spesso in modo strumentale e confuso. La realtà è plurima, e la sua sostanza sta nelle mille varianti della sua rappresentazione. Così la fatica del vivere è proprio nel cercare una rotta per rapportarsi a una realtà sfuggente per cercare di conoscerla per quanto è possibile, per rendercela sopportabile e percorribile – i costruttivisti dicono viabile .

In certe fasi storiche, poi, la realtà sembra diventare ancor più caotica, apparentemente contraddittoria e insensata, difficile da comprendere. Questo accade perché i nostri strumenti di comprensione – già mediocri ma comunque tarati su metri di misura precedenti, collegati al passato – diventano ancor più imprecisi, contraddittori e confusi. Ci si sente smarriti per la perdita degli abituali punti di riferimento, di costellazioni nella notte. Si tratta di una condizione particolarmente difficile quando, come oggi, il cielo è pieno di nuvole. Ci troviamo in un panorama di rovine già presenti o di edifici che stanno crollando (a voi scegliere quali priorità dar loro). Di fatto:

    • Alcune istituzioni si stanno letteralmente sfarinando.
    • Grandi certezze geopolitiche ed economiche narrate come definitive si stanno disfacendo.
    • Le bussole ideologiche appaiono sempre private dell’ago magnetico.
    • La crisi economica erode i rapporti sociali, li sclerotizza, ne radicalizza la contrapposizione.
    • I soldi sono sempre meno e sempre peggio distribuiti.
    • I ruoli e i riti professionali sono in crisi sotto la spinta eversiva di nuove tecnologie.

Questa condizione di smarrimento dei riferimenti ovviamente condiziona anche gli operatori dell’informazione.

Cosa sta accadendo ai giornalisti? Si tratta di una professione in crisi identitaria. Per molti è un’identità sempre più povera, assediata dalla precarietà, priva spesso di protezioni a meno che non ci sia un fedele arruolamento sotto gerarchie istituzionali forti. Tanti giornalisti, in un mercato dell’informazione sempre più affollato e tempestoso, sentono di aver perso il monopolio della materia prima con cui lavoravano: la notizia. Il pubblico, grazie alle nuove tecnologie, può arrivare ad essa prima e spesso meglio, con identica o maggior precisione, diversificando a piacere le fonti. Qualcuno, a bordo delle corazzate mainstream, nel mezzo di questa tempesta ha la speranza che queste siano inaffondabili ma spesso paga questa condizione di apparente sicurezza con il dover indossare una divisa o il dover sopportare le pressioni dei mille interessi trasversali che calano dai vertici. E comunque la sindrome Yamamoto (o la variante della sindrome della rana bollita) è dietro l’angolo.

Quale baricentro identitario rimane al giornalista in questa situazione?

Le norme non aiutano. La legge in Italia dice che per il giornalista è obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede.” art. 2 legge professionale 69/1963

Questa dovrebbe essere la bussola per esercitare “il diritto insopprimibile della libertà di informazione e critica” limitato soltanto “dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui”.

Qui nasce il problema colossale: che cos’è la verità sostanziale dei fatti? Probabilmente una mitologia. Simile o identica a quella dell’araba fenice. Sarebbe interessante analizzare questo concetto nelle sue componenti di verità, di sostanzialità e di fatto ma andremmo per le lunghe.

Al momento limitiamoci a dire che quando un giornalista afferma di stare alla verità sostanziale dei fatti – in un periodo storico in cui grandi agenzie di disinformazione sotterranea legate esplicitamente a lobby economiche e ideologiche, a interessi strategici, a settori militari, a servizi segreti parlano di questioni come “l’infiltrazione cognitiva”, le guerre della percezione, la comunicazione strategica – verrebbe voglia di iscriverlo a un corso-base di epistemologia.

A questo proposito citiamo un episodio ben noto.

Ron Suskind, un giornalista statunitense, racconta che nel 2004 Karl Rove, vice capo dello staff presidenziale di Bush, gli disse1, per tagliar corto a una serie di sue domande insistenti:Ora noi siamo un impero e quando agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi state giudiziosamente analizzando quella realtà, noi agiremo di nuovo e ne creeremo un’altra e poi un’altra ancora che potrete studiare. È così che andranno le cose. Noi facciamo la storia e a voi, a tutti voi, non resterà altro da fare che studiare ciò che facciamo”. I termini dello scambio dialettico furono poi negati da Rove e poi ribaditi da Suskind ma comunque descrivono bene in quale universo di finzioni ci troviamo.

E poi quanto citiamo ha scritto nel 2007 Cass Sunstein2, marito di Samantha Power, ex-ambasciatrice Usa all’ONU di Obama e lui stesso consigliere di Obama: “Gli agenti del governo (e i loro alleati) possono di entrare nelle chat rooms, nei social networks online o anche nei gruppi effettivamente reali con l’obiettivo di minare le teorie cospirative che filtrano sollecitando dubbi sulle loro premesse fattuali, logiche causali o implicazioni per un’azione politica… Il nostro principale suggerimento politico è che il governo si impegni nella infiltrazione cognitiva dei gruppi che producono teorie cospirative”. Questo – dice Sunstein – può essere fatto costruendo argomentazioni che discreditino tali teorie cospirative e ingaggiando gruppi privati che si impegnino nel counterspeech.

Un caso ormai esemplare, paradossale e ben chiarito si trova in rete alla voce blogger lesbica siriana

Ormai vengono creati falsi demos (utilizzando la parola demo nell’accezione di “corrente di opinioni” espressione di una volontà popolare) per costruire agende setting su cui attivare i giornalisti (Assange cita il caso del Barhein nel 2011). Questo viene fatto anche attraverso flussi di tweet robotizzati. Falsi demos per contrastare o inquinare veri demos. E come non accorgersi del sistematico uso dei troll che demolisce in pochi attimi qualsiasi discussione seria?

Dunque probabilmente il giornalismo è orfano (lo è sempre stato, ma ora più di prima) della verità sostanziale dei fatti.

Ma c’è gente convinta di averla questa verità. Quelli che stanno spingendo per la censura si rappresentano, come detto, quali vestali del Vero. Loro sanno cos’è la Verità e gli è facile e semplice e rapido scoprire il Falso.

Queste vestali della Verità sono unite dal considerare gli utenti del sistema informativo come degli influenzabili psicolabili che vanno difesi. Degli elettori senza cervello che hanno votato e voteranno con la pancia perché travolti dalle emozioni. Degli smarriti che danno ascolto alle sirene e ai pifferai: ecco la post-truth. Per questo bisogna proteggerli. Proteggere i ragazzini dai bulli in rete e gli adulti dai disinformatori. Bisogna proteggere le masse. Ci vuole una censura etica fatta da persone illuminate. Ci vuole chi contrasti la falsità con la Verità. Discorsi che sembrano così vecchi…

Ed ecco che nascono i siti antibufale presentati come liberi ed etici e non finanziati da qualcuno nell’ombra. Siti che magari hanno come testimonial Totti, Fiorello e Gianni Morandi. O siti come Propornot che denuncia 200 siti “nemici”, che giustifica l’anonimato dei propri autori con il fatto di “poter correre dei rischi” e viene comunque promosso dal Washington Post come altamente commendevole (salvo poi improvvise retromarce).

Ecco che sorgono gli appelli all’intervento pubblico normativo per forme censorie istituzionali, magari a Bruxelles visto che le istituzioni comunitarie sono tanto attendibili e popolari.

Ecco che un’alta cariche istituzionali che invocano la lotta alle bufale su siti ben noti per aver raccontato una probabile colossale bufala.

Ecco che si propongono campagne di “verità” nelle scuole e per i giovani.

Ecco che si creano pool di asseveratori che in un reticolo e supportandosi gli uni con gli altri decidono quali siti siano spacciatori di falsità e quali no. Per esempio Poynter o Correctiv o il sito di Le Monde.

Ecco che si minacciano provider e social network di multe salatissime se diffondono notizie false.

Ecco che i quartieri generali dei socialnetwork, collocati nell’iperspazio, passano all’azione delegittimando o contrastando siti che qualcuno avrebbe denunciato come spacciatori di falsità oppure che sono stati identificati da algoritmi investigatori. Dopo di che i loro responsabili verranno identificati, profilati e bloccati per sempre: la censura automatica a vita.

In particolare questa storia degli algoritmi matematici progettati da giovanotti in California è interessante: riducendo il mondo a un ologramma digitale loro riusciranno a identificare i bit di falsità e a incenerirli. Pensate a tutti i filosofi della storia dell’umanità, seduti qui davanti, Platone per primo con il suo mito della caverna e le ombre, che si disperano per essere stati tanto fessi da non aver capito che per scoprire la verità basta trovare la formula algebrica corretta…

Ancora pochi minuti per una questione forse fondamentale

Bisogna tagliare il nodo gordiano concettuale che sta nella parola bufale. Ci sono delle bufale che sono gravi e bufale che non sono gravi.

Le bufale-notizie queste sono quasi sempre banali, inessenziali e della durata di un mattino. La stessa alta carica istituzionale già citata pare si sia è dolorosamente lamentata perché qualcuno avrebbe detto che essa auspicherebbe una tassa sulla carne di maiali e l’obbligatorietà del burka per tutte le donne. Quanto durano queste bufale? Sono così devastanti? Si distrugge così una carriera politica?

Se uno di noi scrive nel suo sito che gli scienziati hanno scoperto che i terremoti sono colpa di un grande Puffo dei terremoti al centro della Terra (qualche tempo fa è stata detta non sul serio ma per gioco e non in rete, per fortuna) per quanto tempo gli si dà credito? Davvero è un attacco che disorienta l’opinione pubblica? O la Protezione civile, l’Ordine dei Geologi e la comunità dei Puffi devono preoccuparsi sul serio?

Poi ci sono bufale-storie. Queste sì che possono essere devastanti. Quelle che godono di una potenza di fuoco concentrica. Che sono talmente grosse che ci vogliono settimane per andare a verificarle e quando le hai verificate tutti stanno parlando di storie nuove. Che calano dall’alto e vengono reiterate a catena, in modo transmediale, in un gioco di specchi tra mainstream e socialnetwork più o meno autentici. Che verniciano di attendibilità testimonianze che riportano voci che riportano impressioni che riportano ipotesi. Quelle che vengono replicate da organi in giro per il mondo che si asseverano a vicenda. Quelle che mirano ad ammutolire e marginalizzare chiunque le metta in discussione inducendolo al silenzio.3

Queste bufale-storie sono più difficili da combattere e sono spesso emanazione di poteri visibili o invisibili.

Per svelarne la falsità ci vogliono delle controstorie alternative, trasversali, minoritarie. Ci vuole pensiero critico. Ci vuole dubbio. Ci voglio ipotesi alternative. Ma se arriva subito la censura a troncare qualunque pensiero divergente addio alle controstorie. E così poi ci pensa la realtà a smentirle, ma magari avviene troppo tardi, quando inizierà a diffondersi la rabbia per i troppi tradimenti subiti.

In conclusione i veri pericoli vengono dalle falsità del potere. I veri disastri sono causati dalle grandi menzogne dichiarate inoppugnabili, da quelle dei lupi che si travestono da pecore. E se – come certuni dicono – il sistema dei media sta crollando nella sua credibilità, questo avviene forse perché coloro che dovrebbero essere almeno un po’ al servizio del cittadino – una volta lo si definiva il quarto potere – si mostra non più di luogo di contrapposizione di visioni del mondo ma invece semplice servo del potere, dei poteri manifesti e di quelli sotterranei.

Fermiamoci qui anche le osservazioni da fare sono ancora moltissime. Pochi secondi per una considerazione finale. Nel film Rashomon forse una vera verità c’è. Non quella dei testimoni ma quella del regista: la metastoria non del delitto ma delle sue molteplici versioni. La sua verità è infatti indiscutibile perché ha raccontato onestamente tutte le verità parziali. E’ un insegnamento per ogni giornalista: quando racconti una verità sola sei nel falso; ma quando racconti il conflitto tra le verità contrapposte forse stai avvicinandoti al vero. Forse…

1“We’re an empire now, and when we act, we create our own reality. And while you’re studying that reality — judiciously, as you will — we’ll act again, creating other new realities, which you can study too, and that’s how things will sort out. We’re history’s actors . . . and you, all of you, will be left to just study what we do.”

2Government agents (and their allies) might enter chat rooms, online social networks, or even real-space groups and attempt to undermine percolating conspiracy theories by raising doubts about their factual premises, causal logic or implications for political action”

“We can readily imagine a series of possible responses. (1) Government might ban conspiracy theorizing. (2) Government might impose some kind of tax, financial or otherwise, on those who disseminate such theories. (3) Government might itself engage in counterspeech, marshaling arguments to discredit conspiracy theories. (4) Government might formally hire credible private parties to engage in counterspeech. (5) Government might engage in informal communication with such parties, encouraging them to help.” However, the authors advocate that each “instrument has a distinctive set of potential effects, or costs and benefits, and each will have a place under imaginable conditions. However, our main policy idea is that government should engage in cognitive infiltration of the groups that produce conspiracy theories, which involves a mix of (3), (4) and (5).”

Sunstein and Vermeule also analyze the practice of recruiting “nongovernmental officials”; they suggest that “government can supply these independent experts with information and perhaps prod them into action from behind the scenes,” further warning that “too close a connection will be self-defeating if it is exposed.” Sunstein and Vermeule argue that the practice of enlisting non-government officials, “might ensure that credible independent experts offer the rebuttal, rather than government officials themselves. There is a tradeoff between credibility and control, however. The price of credibility is that government cannot be seen to control the independent experts.”

3Qualche esempio:

    - il trickle down o teoria dello sgocciolamento;
    - l’Euro come moneta del Bengodi ;
    - la globalizzazione come nuova età dell’oro universale ovunque e dovunque;
    - le guerre umanitarie che portavano ovunque l’umanità afflitta nel Terzo Mondo;
    - la corruzione come unico esclusivo male dell’economia e unica ragione del debito pubblico;
    - lo spacciare l’innovazione tecnologica come soluzione di ogni problema sociale;
    - il rappresentare le start-up da fondare in giro per il mondo come rimedio principale ed entusiasmante alla disoccupazione giovanile;
    - lo stato sociale come palla al piede per un Paese dinamico.Posto che queste storie sono false, come si dimostra che sono false se non con delle contronarrazioni più solide, legittime, oneste e realistiche?

    The real reasons of the Trump’s victory?

    November 10th, 2016 § Comments Off § permalink

    Un articolo interessante:

    http://www.sinistrainrete.info/estero/8397-carlo-formenti-trump-la-rabbia-antisistema-e-l-eutanasia-delle-sinistre.html

    Scienza e media

    October 27th, 2016 § Comments Off § permalink

    Un articolo interessante su Galileo, la Chiesa e Diodati.

    http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/essere-martire-scienza-fu-trionfo-mediatico-galileo-1324024.html

    Le élite democratiche

    October 26th, 2016 § Comments Off § permalink

    Dunque sono le élite a difendere le democrazia?

    Sì, pare proprio che sia così. Infatti si sta affermando l’idea, anche e soprattutto in una certa “sinistra”, che soltanto le élite di illuminati sono lungimiranti e fanno gli interessi del popolo. Loro sì che sanno che cosa sia il bene comune sul lungo periodo. Le élite sono generose, sono altruiste, sono sagge. Il popolo invece è ignorante, non capisce gli interessi e della società intera, vive alla giornata, ragiona con la pancia e non con la testa.

    Insomma, siamo già tornati al liberismo ottocentesco. Se va avanti così arriviamo al Medioevo.

    Epoca post-ideologica

    July 12th, 2015 § Comments Off § permalink

    Questa doveva essere un’epoca post-ideologica, forse la prima della Storia: razionale, pragmatica, trasparente, senza fumisterie.

    Così ce l’avevano “venduta” alla caduta del comunismo. Perché – si diceva – era da lì che venivano, direttamente o indirettamente, i veleni dell’ideologia. Venivano dai dogmi del marxismo, della lotta di classe, dal socialismo – reale o irreale che fosse – che avevano condizionato e sconvolto il naturale affermarsi del progresso sociale. Così, ritornati ai “valori (i valori della libertà, dei diritti civili, della democrazia universale, dell’iniziativa privata, dello Stato ridotto a moneta e polizia) un’età dell’oro concreta e produttiva si sarebbe affermata, basata sulla rivoluzione tecnologica, sulla solidarietà umanitaria dell’Occidente verso gli altri Paesi, su un abbattimento dei confini…

    Si vede bene come sta andando. Il mondo si frantuma. Emergono blocchi contrapposti, l’Impero si sta facendo via via più rabbioso e “dividente”, gli sciovinismi si ripresentano sempre più arroganti. E, soprattutto, le classi dirigenti occidentali, ben supportate dalla subalternità plaudente di gran parte del mainstream informativo, sono più ideologiche che mai, arbitrarie, indisponibili alla mediazione, dogmatiche e invasive.

    Il caso greco ne è la dimostrazione, problemi che avrebbero potuto essere risolti con mediazioni politiche diventano questioni di principio, ambiti non trattabili per la paura che ogni cedimento, piccolo o grande, comporti l’inizio di una frana, il tracollo di ogni posizione acquisita, la scoperta generale che il Re, ancora una volta, è nudo.

    Nulla lega l’Europa in questo momento – e l’intero Occidente –  più che la rigida meschinità e la cecità egoista dei suoi leader.

    Complottismi… (e guerra)

    June 17th, 2015 § 0 comments § permalink

    … ma come si fa?

    Come si fa a non prestare attenzione alle narrazioni dei tanti “oscuri complottisti” quando coloro che dovrebbero informarci in modo trasparente, alla luce del Sole, mescolano senza ritegno falsità e ignoranza nei loro racconti? Dalle bizzarrie di tanto complottismo è facile difendersi, ma dalle menzogne del mainstream, che canta in coro, come proteggersi?

    Lo storytelling mediatico dominante ha obiettivamente raggiunto uno straordinario livello di densità e pervasività. La maggioranza delle immagini della “realtà” provenienti da quasi tutti gli organi di informazione e delle classi dirigenti occidentali appare non soltanto deformata ma assolutamente non credibile, menzognera, illusoria, asservita a interessi di parte, a subalternità culturali, a convenienze economiche.

    La Storia è sempre stata piena di false flags ma mai come oggi – soprattutto nella politica estera – gli inganni sembrano quotidiani, continui, impuniti grazie alla crossmedialità, alla potenza della suggestione delle riproduzioni digitali e soprattutto alla sostanziale assenza in Occidente di opposizioni radicali organizzate: ormai, prima ancora di commettere imbrogli, violenze o crimini si pensa a come dissimularli offrendo scenari di cartapesta che raccontano storie marginali, brandelli di verità decontestualizzati, frammenti di notizie. E i massmedia seguono quasi sempre in modo acritico e fedele. Ne consegue un processo di generale confusa delegittimazione.

    Sembra uno scenario prebellico. Perché la guerra, quando le classi dominanti si sentono assediate e iniziano a perdere la presa sul potere, appare sempre una comoda soluzione definitiva.

     

    Tempi di crisi

    June 13th, 2015 § 0 comments § permalink

    Nei periodi di crisi le grandi narrazioni sociali si avvalorano o si invalidano con crescente rapidità.

    Nessuna viene data più per scontata e tutte devono confrontarsi direttamente con gli avvenimenti, con le situazioni materiali, con i “fatti”. Quelle che sembravano più solide (una per tutte, il progetto europeo) si possono di colpo incrinare e rapidamente frantumarsi. E altre – in apparenza approssimative, minoritarie, da molti in precedenza considerate inaccettabili o inverosimili –  d’improvviso possono invece dimostrarsi funzionali, utili, vincenti – ovviamente fino a quando funzioneranno (per esempio quella della necessità di tornare agli Stati nazionali). E nel corso di questi scontri di visioni e prospettive settori interi della società si spostano da una parte all’altra della barca modificandone la rotta anche senza esserne al timone. O addirittura possono ribaltarla.

    I fatti non esistono senza rappresentazioni narrative. Sono le narrazioni che li incorniciano, che li inseriscono in catene di causa ed effetto, che ne costruiscono il senso e danno loro una prospettiva. Le grandi narrazioni possono essere supportate da massmedia pervasivi, da interessi radicati, da equivoci e illusioni profonde. Ma quando negano quelle piccole e quotidiane, banalizzandole, pretendendo di cancellarle, irridendole la battaglia può diventare durissima, devastante. Quel racconto pervasivo che prometteva benessere per tutti, solidarietà comunitaria, aiuto dei forti ai deboli in nome di una condivisa identità europea si è dimostrato di straordinaria inverosimiglianza. La grande narrazione si è dimostrata falsa, ipocrita, menzognera. C’è da stupirsi che molti ne cerchino altre? E c’è forse da stupirsi nel fatto che i narratori che hanno costruito le loro carriere su quelle narrazioni fallimentari stiano perdendo tutta la loro credibilità?

     

    Valori al G7? Quali valori?

    June 10th, 2015 § 0 comments § permalink

    “… this is a community of values. And that is why Russia is not among us…” ha detto Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo, inaugurando la recente riunione dei G7 in Baviera.

    Lasciamo perdere le questioni politico-diplomatiche con la Russia e restiamo al tema dei valori condivisi. Quali sarebbero questi valori unificanti del G7 e della Commissione Europea? Come si sono esplicati? In una leadership morale? In una tensione verso un mondo più giusto e meno violento? In un rispetto di ogni cultura? O piuttosto invadendo l’Irak, bombardando la Libia, armando l’Arabia Saudita che sta radendo al suolo lo Yemen, sostenendo e legittimando acriticamente Israele, finanziando ovunque destabilizzazioni e guerre civili, salvando banche e demolendo lo Stato sociale ecc.?

    A me sembra che il G7 sia una comunità di disvalori. E in particolare del disvalore dell’ipocrisia.