Dal Divino al Vaccino

April 21st, 2020 § Comments Off § permalink

Una catastrofe epistemologica

Ci guida la Scienza, dicono i Governi. La Scienza sarebbe così la base del loro agire, rigoroso, assoluto e giusto. Questa appare un’affermazione, con una conseguente pratica, di tipo fideistico. Proprio come un tempo si diceva “Ci guida Dio” ora si dice “Ci guida la Scienza”. Ma se nel caso dell’esistenza di Dio le opinioni possono essere discordi per la sostanziale indimostrabilità di ogni posizione, rispetto alla “Scienza” di una cosa si può essere certi: non esiste. Esistono gli scienziati, serie meno seri, discordi tra di loro, con visioni del mondo diverse, cresciuti in ambienti differenti, condizionati da opportunismi e convenienze, da simpatie e antipatie, da giochi di potere, tra sgambetti e favoritismi. Esistono le loro idee, più o meno argomentate e supportate da pratiche concrete. Ma una Scienza in astratto, con “Verità definitive” da far discendere sulla Terra, non esiste. Esiste soltanto un metodo scientifico che si sviluppa nei tre momenti di un ciclo continuo: formulazione di ipotesi, riscontro di loro incoerenza con dati sperimentali, sanatura di tali incoerenze in nuove ipotesi. E così via. La “Scienza” non è una raccolta di certezze oggettive ma un semplice flusso di ipotesi probabilistiche soggette a verifiche operative in ambiti specifici.

E allora perché fingere che esista questa suprema e metafisica bussola che dovrebbe guidare con certezza assoluta i comportamenti dei Governi? Evidentemente perché serve a costruire gabbie di giustificazione e protezione al Potere e soprattutto ai loro chierici. Serve a impedire le voci dissidenti con la facile scusa che “non sono scientifiche”. Serve a legittimare comportamenti autoritari con la giustificazione che non esistono alternative perché “la Scienza non è democratica”.

E che questa Scienza tanto astratta sia soltanto una copertura di opportunismi e improvvisazioni lo si vede nei provvedimenti concreti per questa pandemia. Non in relazione a ciò che avviene all’interno degli ospedali, dove forse non tutti ma certo molti cercano onestamente di applicare pratiche mediche continuamente affinate e migliorate. Bensì nell’ambito della politica, delle decisioni dei “responsabili”, delle strategie. Sono identiche a quelle che venivano applicate nella pandemie dei secoli scorsi: cordoni sanitari, isolamenti, stigmatizzazioni, ricerca di capri espiatori e di improvvise soluzioni miracolose. E soprattutto invocazioni al rimedio supremo che un tempo era l’intervento divino mediato dalle chiese, ora la scoperta di un vaccino grazie appunto alla Scienza e ai suoi chierici. Insomma, un impasto variabile di improvvisazione, di ricerca di giustificazioni, di giochi alla roulette nella speranza di trovare il numero giusto, di scopiazzature su quello che fanno altri altrove.

I governi non dovrebbero essere guidati da una pretesa mitica Scienza che non esiste ma da un concreto buonsenso che può essere discusso e condiviso e che definisca alcune direttive all’interno delle quali agire “scientificamente”. Al contrario, far la voce grossa, ergendosi a custodi e tutori di una Verità suprema e indiscutibile, è il primo modo per creare confusione, risentimenti, dissapori, contrapposizioni, delegittimazione, odio.

Temo stia prevalendo questa seconda linea di comportamento.

 

 

 

Il sogno di un uomo ridicolo

July 16th, 2019 § Comments Off § permalink

da F. Dostoevskij

Nella primavera di quest’anno ho collaborato, come assistente alla regia di Lorenzo Loris, alla messa in scena del monologo tratto dal racconto del grande Autore russo presto il teatro Out Off. Di questa esperienza ho realizzato anche un film documentario del making of (dal titolo Mac Dos – Dostoevskij in Mac Mahon) della durata di 52′ che verrà presentato ufficialmente in autunno. Lo spettacolo sarà ripreso nel mese di dicembre.

 

 

La mia pagina musicale su Youtube

January 20th, 2019 § Comments Off § permalink

My first songs are in…

https://www.youtube.com/channel/UCuEYtmVRHx_J8c4lKY1u5xQ

 

Il quartiere dell’Unione Europea a Bruxelles

January 9th, 2019 § Comments Off § permalink

Sì, vale il viaggio.

Visitare il nuovo nuovo immenso quartiere dell’Unione Europea, che pare sia costato un paio di miliardi di euro, è un’esperienza molto interessante. E’ enorme, visibile testimonianza di una titanica  presunzione di essere qualcosa di nuovo, importante, nobile, protettivo, generoso, definitivo…  Ogni edificio, ogni piazzetta, ogni passaggio interno o esterno omaggia, in apparenza equanimemente, uno dei Paesi componenti l’Unione, uno dei suoi passati leader europeisti, uno dei suoi “successi”. Altiero Spinelli, quello del Manifesto di Ventotene e della necessità della guerra all’Unione Sovietica, è celebrato ovunque. Il tutto con il classico discorso autoreferenziale di ogni regime, quello che afferma “Ora ci siamo noi, è iniziata un’epoca nuova, tutta la violenza del passato è stata superata. Noi siamo, insomma, la fine della Storia e l’inizio della realizzazione del Sogno”. La Storia è piegata al presente. Rigorosamente anticomunista, rigorosamente buonista, rigorosamente ottimista. Sogno, etica, ecumenismo… Non una parola sui disastri combinati, sulla frenetica opera delle lobby finanziarie, sui privilegi dei “mandarini” che lo popolano. Un monumento al presente. Un monumento di vetro straordinariamente opaco e, credo, di straordinaria fragilità.

December 21st, 2018 § Comments Off § permalink

Design e narrazione

Una mia comunicazione chiestami anni fa dall’Università di Aveiro e forse ancora interessante

Mitologie classiche e saghe nordiche. Parabole bibliche e paesaggi danteschi. Grandi cicli pittorici e visioni escatologiche. Tragedie shakespeariane e romanzi di Stendhal.

Queste sono tutte narrazioni, come ben sappiamo.

Ma sono narrazioni anche le analisi sociologiche e le cronache giornalistiche, le ricostruzioni storiografiche e le promesse della politica, i sogni del cinema e i paradisi del marketing. E poi le requisitorie nei processi, i format televisivi, le teorie scientifiche…

Le prime sono soprattutto narrazioni “di invenzione”.

Le seconde soprattutto narrazioni “di realtà”.

Le prime creano mondi virtuali, di immaginazione o di fantasia, e servono per sognare alternative possibili o impossibili all’esistente, per immaginare nuove strade, per progettare mondi futuri, per raccontare dimensioni altrimenti invisibili.

Le seconde creano invece cornici nuove alla nostra visione della realtà e servono a modificare i nostri punti di vista su ciò che ci circonda, a cambiare il nostro rapporto col mondo, a trasformare le scale di valori, i modelli di comportamento, le forme della relazione sociale…

Insomma, narrare non è soltanto inventare mondi immaginari ma anche descrivere, interpretare e trasmettere mondi reali. Narrare significa mettere in comune rappresentazioni virtuali e materiali, fantastiche e concrete, infinitamente piccole e immensamente grandi. Grazie alle narrazioni noi, esseri umani, edifichiamo le nostre strutture identitarie personali e collettive. E lo facciamo ricostruendo i mondi del passato che ci hanno originato, analizzando i mondi del presente in cui dobbiamo vivere, progettando i mondi del futuro che vogliamo realizzare.

Attraverso le narrazioni noi ci rapportiamo con l’esistente per trasformarlo.

Anche la cultura del progetto è narrazione.

Narrazione di realtà perché bisogna capire da cosa si parte. E al contempo narrazione di invenzione perché bisogna saper vedere dove si arriverà.

La cultura del progetto è lì nel mezzo tra ciò che già è – ma devo saper vedere in una prospettiva diversa – e ciò che può essere – ma che devo riuscire a immaginare e a comunicare agli altri.

E se nella cultura del progetto facciamo rientrare il design, l’architettura, l’urbanistica, moda ecc., dunque fare design, architettura, urbanistica, moda significa costruire narrazioni.

Ma quali sono le regole basilari del narrare, di questo continuo processo umano che produce rappresentazioni e le comunica?

Per stabilirlo bisogna far tesoro della storia profonda e millenaria della narrazione, abbattendo tutti quei recinti disciplinari che oggi sembrano segmentarla in tanti orti differenti, privi di regole comuni, corporativi e autoreferenziali. Bisogna, in qualche modo, scavare nel tempo e andare alle sua fondamenta. Non è un paradosso affermare che il costruire letterariamente una mitica guerra di Troia segue le stesse regole dell’edificazione di un grande magazzino IKEA, che la realizzazione di un film condivide fasi essenziali dell’allestimento di un museo: i risultati possono essere più o meno “alti” ma la metodologia operativa, esplicita o implicita, è la medesima. Se nel Medioevo le fondamenta su cui si basava la preparazione iniziale dell’uomo di cultura erano le arti del Trivio ( retorica, grammatica, dialettica ) oggi forse dovrebbe essere la “scienza del narrare” ( non del comunicare, che è una trasmissione a una sola via.)

La “scienza del narrare” (!) insegna che una narrazione ha bisogno di alcuni elementi fondamentali: lo scatto attenzionale, il patto fiduciario, il polemos, la condivisione dei segni, l’uso delle metafore, la costruzione di cornici. Questo vale nelle narrazioni complesse e nelle narrazioni sintetiche. Addirittura, più una narrazione è breve e compressa, più deve seguire le regole del narrare. Se so narrare una cosa questa diventa un oggetto narrativo, se non so narrarla rimane cosa. Se tolgo la narrazione a un oggetto narrativo esso torna cosa.

In questa prospettiva, neppure il prototipo più geniale immaginato dal celebre designer, il prodotto artistico del grande creativo, il capo di moda dell’immaginifico stilista, il progetto del brillante innovatore sono, di per sé, oggetti narrativi. La potenzialità narrativa di un oggetto non sta certo nella grandezza vera o presunta dei suoi creatori o nella cosa in sé ( piccola o grande che sia). Risiede invece nel fatto che quell’oggetto riesca a essere vettore di una collegata narrazione. La genialità di un prodotto è nella sua capacità di narrare o dell’essere terreno, pretesto, spunto, scintilla, calco ecc. di una narrazione; e, allo stesso modo, l’importanza di un bene culturale sta soprattutto nel modo in cui è narrato.

La cultura del progetto (in ambito artistico-creativo come del design ecc.) appare proprio come una

specifica capacità-competenza di creare non “cose”

ma oggetti che sono o diventeranno narrativi.

Oggetti che magari si narrano da soli o che potranno essere narrati o rinarrati da future narrazioni ma che già, al momento, hanno un intrinseco portato di narrazione o una sufficiente potenzialità di divenire vettori di narrazioni.

La differenza tra una cosa e un oggetto narrativo sta non nella cosa in sé ma nell’aura narrativa che quella cosa catalizza.

La creazione di narrazioni o di potenziali narrativi contenuti in una singola cornice appare opera, ovviamente, complessa, raffinata, per molti aspetti immateriale. Si considerino i requisiti da soddisfare al contempo:

    - bisogna affermare un conflitto esistente o potenziale;

    - creare un patto fiduciario con il narratario;

    - fissare un campo di gioco;

    - costituire un sistema di segni;

    - saper utilizzare metafore, metonimie, tropi…;

    - riuscire a proporre potenziali cariche analogiche ecc.

Sono sfide sempre difficili. Eppure spesso, per fortuna, la creatività umana è riuscita ad affrontarle. Molte volte intuendo per istinto le regole del narrare, elaborandole in base alle precedenti esperienze più che studiandole direttamente. Ma, ovviamente, conoscere e capire direttamente le fondamenta di una disciplina può facilitare, e di molto, il compito.

San Roberto dalla Campania

March 26th, 2018 § 0 comments § permalink

Note sulla fenomenologia di un eroe contemporaneo

(pubblicato su PaginaUno n. 16, febbraio/marzo 2010 e ripreso in relazione a

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-menzogne_rai_su_ghouta_roberto_saviano_quando_lascerai_in_pace_la_siria_e_il_suo_popolo/6119_23501/)

 

Lo sguardo è penetrante, l’espressione sofferta. È chiaro, con la vita che fa, con quella scorta che ha tolto ogni rifugio alla sua esistenza, che gli impedisce il nido di una casa, il calore di una famiglia…  L’estetica fotografica con la quale viene ritratto è barocca e sempre uguale: il volto ha tratti caravaggeschi ed è illuminato da una luce che giunge da lontano, che sottolinea la barba lunga, soffertamente impegnata, del nostro eroe e gli dà rilievo nel mezzo di un oceano di ombre. Sì, lui è il Cavaliere della Bellezza – illuminato da una Grazia superiore – che lotta contro il buio del Male.

Il suo sito internet è ricco, ben curato, con versioni in tedesco, francese, inglese e spagnolo. La sua agenzia editoriale è la più alla moda del Paese. Ma tutto ciò è necessario: Roberto Saviano – di lui stiamo parlando – non è più un personaggio di cronaca locale ma un fenomeno globale, un vero protagonista del nostro tempo, e rappresenta la storia edificante ed esemplare di un giovanotto che, pur nato nell’infame, immonda, zozza provincia campana, sa levarsi animato da una superiore caratura etica, sa riscattarsi con le proprie forze dalle colpe della sua terra, sa ergersi a coscienza etica del mondo…

Giovanni Di Lorenzo, il direttore del settimanale tedesco Die Zeit, nella sua laudatio per il premio Fratelli Scholl – assegnato nel 2007 ad Anna Politkovskaja, senza scorta e assassinata – sostiene che “al momento non c’è nessuno in Italia con una storia che mi commuova e mi indigni quanto quella di Roberto Saviano. […] Si ritrova, lui che ha ancora trent’anni, a portare due fardelli, di quelli che uno solo basterebbe a schiacciare un uomo”. Pur avendo nome e cognome italiano, il direttore conosce poco e soprattutto male il nostro Paese. In poche ore trascorse non nei salotti ma per le strade, il bravo giornalista potrebbe raccogliere mille e mille storie italiane molto più commoventi e degne di indignazione. Storie di persone con fardelli che schiaccerebbero non uno ma cento uomini. Storie di extracomunitari annegati, di rom perseguitati, di piccoli commercianti taglieggiati, di precari disperati, di prostitute massacrate, di detenuti dimenticati… Storie di poveretti infelici, microscopici e sfigati, che, purtroppo per loro, non sono sostenuti dalla più grande industria editoriale nazionale di proprietà del capo di governo, non sono idolatrati da grandi giornali di opposizione (opposizione?), non sono ospitati sulle reti pubbliche in prima serata da trasmissioni nazionali e portati in scena con complesse scenografie teatrali.

Roberto Saviano dice di odiare il suo libro Gomorra perché (se anche lo ha reso ricco) gli ha rovinato la vita: “Lo detesto. Quando lo vedo nella vetrina di una libreria guardo subito dall’altra parte”.

C’è da domandarsi quanti siano i testimoni in processi al crimine organizzato che odiano il giorno in cui hanno accettato di denunciare ed esporsi, in cui hanno dovuto cambiare nome, sparire dalla circolazione, abbandonare luoghi, radici, parenti e amicizie: e che non ricevono né plausi, né nobili inviti, né ammirazione (quasi) generale ma si ritrovano invece nella solitudine (e nella povertà).

Saviano è amato da quasi tutti. Va bene come merce da esportazione: ‘ah, meno male che c’è anche un’Italia pulita…’; va bene all’opposizione ufficiale, che supplisce alla propria inesistenza (o connivenza) politica con il plauso ebete alle icone comiche, culturali e televisive (con le quali bisognerebbe solidarizzare perché perseguitate dal Presidente/Imperatore); va bene a coloro che, con un click telematico al giorno a favore di testi di cui forse non capiscono bene il senso, si sentono sinceramente convinti di contribuire a migliorare il Paese; va bene alla fondazione FareFuturo che lo trova “un grande pensatore di destra”; va bene perfino ai leghisti, perché si erge come l’esule schifato di una cultura meridionale corrotta e inetta (purché non dica che Milano è una città del Sud!). Va bene infine a chi è al governo, perché esprime un’alata testimonianza ‘di coscienza’ che vola alta, altissima, e non si abbassa mai a una concreta contrapposizione ai veri rapporti di potere – dopo l’appello lanciato su Repubblica contro la legge sul processo breve, il ministro Bondi affettuosamente lo invita a “non abbandonare il suo impegno civile e culturale tanto più limpido e ascoltato quanto più alieno da pregiudizi ideologici”; Saviano risponde ringraziando, apprezzando “il tono rispettoso e dialogante”, affermando che “certe questioni non possono né devono essere considerate appannaggio di una parte politica” e che “schierarsi non significa ideologicamente”.

Bisogna riconoscerlo, Saviano sa scegliere con cura le cause per le quali ergersi commosso: apertamente a favore di quelle potenzialmente molto ‘popolari’, sparisce in un silenzio di tomba rispetto a quelle ‘impopolari’ (simile in questo all’altro pezzo di quarzo Nanni Moretti, che compare soltanto quando sta per uscire un suo film da ‘promozionare’). Saviano con caschetto da pompiere e molto ben accolto dalla Protezione civile denuncia le vergogne collegate al terremoto in Abruzzo: chi può non essere d’accordo? (Anche se poi si fa prendere la mano e aggiunge generiche considerazioni sulla presenza storica della mafia in quella regione che lasciano basiti molti abruzzesi: tutti conniventi con la criminalità organizzata?) Qualcuno l’ha sentito invece in occasione del quasi pogrom contro i rom di Ponticelli? Qualcuno lo ha sentito dire che lo sfruttamento neo-schiavista degli extracomunitari è dovuto a un sistema economico che in Italia è fisiologico e non patologico? Qualcuno lo ha sentito denunciare la tragedia del precariato? Preferisce una puntatina a Barcellona per una toccante intervista al calciatore Lionel Messi, Pallone d’Oro 2009…

In televisione cita Varlam Salamov e Ken Saro-Wiwa (e si legittima implicitamente come eroico ‘scrittore civile’). Piccolo particolare: Varlam Salamov ha fatto diciotto anni di gulag sotto Stalin, Saro-Wiwa è stato impiccato in Nigeria dopo un processo farsa. Nessuno di loro ha avuto la scorta dal ministero degli Interni. Settimane fa il comune di Milano – tra Ambrogini d’oro che premiano Marina Berlusconi e i nuclei di vigili che danno la caccia ai clandestini (si badi, gente che viene presa a caso sui tram e messa in gabbia senza aver commesso alcun reato) – ha votato all’unanimità per offrirgli la cittadinanza onoraria: l’offerta non è stata respinta con sdegno.

Pochi criticano Saviano. L’ha fatto Vittorio Pisani, capo della Squadra mobile di Napoli, che afferma di aver dato parere negativo alla concessione allo scrittore della scorta: “Ho arrestato centinaia di delinquenti. Ho scritto, testimoniato e giro per la città con mia moglie e con i miei figli senza scorta. Non sono mai stato minacciato. […] Resto perplesso quando vedo scortate persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti che combattono la Camorra da anni”. L’ha osato fare anche Nicola Tanzi, segretario generale del Sap, Sindacato autonomo di polizia: Saviano “non è un eroe, al contrario dei poliziotti che stanno tutti i giorni in prima linea sul campo. […] La lotta alla Camorra non si fa col varietà, con le luci abbaglianti degli studi televisivi e le paillettes di prima serata, né l’impegno antimafia ha bisogno di showman. La vera lotta si svolge in trincea ed è sostenuta giorno per giorno da migliaia di poliziotti e di appartenenti alle forze dell’ordine che sul campo contrastano il crimine organizzato”.

Qualcuno ha avuto dei dubbi davanti a queste dichiarazioni? Neanche per sogno. In compenso i due poliziotti sono stati quasi additati come complici, più o meno coscienti, della Camorra. Saviano ha denunciato di sentire l’inizio di un abbandono, di un isolamento, di uno sgretolarsi di quella compattezza istituzionale e civile che fino ad allora l’aveva protetto, ricordando che Peppino Impastato, Giuseppe Fava e Giancarlo Siani “hanno pagato con la vita la loro solitudine”; subito si sono mossi opinione pubblica, giornali, capo della Polizia…

Ma se Saviano è così spaventosamente pericoloso, per la Camorra, perché questa – impossibilitata dalla scorta a colpire lui – non minaccia il presentatore Fabio Fazio, l’indifesa agenzia letteraria, il regista Matteo Garrone (che, anzi, ha avuto via libera per tutte le riprese a Scampia), l’ufficio commerciale di Mondadori, le librerie che espongono il suo libro, eccetera? Perché non minaccia le redazioni di Repubblica e de L’Espresso che pubblicano i suoi preziosi articoli? Perché non intimidisce chi lo propone come candidato alla presidenza della Regione Campania?

Quando lui cercava casa a Napoli (al Vomero, il quartiere bene della città), dopo aver visto sei appartamenti (alcuni dei quali non andavano bene a lui…) ne ha scelto uno che però gli sarebbe stato rifiutato dalla proprietaria perché i vicini le avevano detto che “nella via si sarebbe persa la pace”. Saviano, indignato per il rifiuto, avrebbe interrotto la ricerca dichiarando di voler espatriare, andarsene via per sempre. Non l’ha fatto.

Ma intanto era subito scattata una grande solidarietà nei suoi confronti. Gennaro Capodanno, presidente del Comitato valori collinari di Napoli, si era dichiarato amareggiato e deluso offrendosi per una collaborazione alla ricerca di una casa se Saviano avesse cambiato idea. Il sindaco di Giffoni Valle Piana aveva offerto a titolo gratuito un antico casale ristrutturato, immerso tra gli ulivi secolari del borgo medioevale di Terravecchia e di proprietà del comune, “da cui si gode il paesaggio mozzafiato e il castello federiciano. Siamo certi che in quest’oasi di pace e tranquillità Saviano ritroverà nuovi stimoli per poterci consegnare altri capolavori. Lo invitiamo, pertanto, fin da ora a partecipare alla prossima edizione del Giffoni Film Festival…”.

E la Camorra a loro non dice niente?

Ma che cosa possono pensare i tanti senzacasa napoletani, o quelli che soltanto con abusi edilizi si sono messi un tetto sulla testa? Loro sono gli infami, gli zozzi, gli ignoranti. Loro non meritano una casa regolare. Tanto più un casale gratis, un’oasi di pace…no. Loro meritano l’Inferno in cui vivono.

Il caso di Saviano – a mio avviso – è esemplare dell’ipocrisia di quest’epoca, dei suoi precipitosi innamoramenti mediatici, della sua incapacità di analizzare senza schemi precostituiti, della sistematica mancanza di approfondimento critico in tanti operatori dell’informazione, della rapidità nella costruzione di miti ‘facili’ per distrarre dai veri tragici disastri politici, sociali ed economici del presente.

La storia della fine della Storia…

February 6th, 2018 § Comments Off § permalink

Ci avevano detto che la Storia era finita.

Lo dicevano professori di università americane a cui tanti si erano accodati fidenti. Lo ripetevano economisti premiati con premi Nobel. Lo reiteravano giornalisti “impegnati” a fingersi colti e attenti al mondo “reale”. Ormai le “sorti magnifiche e progressive” parevano assicurate dal trionfo di un capitalismo umano, sostenibile, impegnato, inclusivo, globale. Sconfitto il comunismo, il moderno demonio, il mondo si sarebbe avviato con tranquilla sicurezza verso un benessere universale garantito dalle nuove tecnologie, e chi non lo capiva era vecchio e sclerotico.

Ma ora emergono tensioni e contraddizioni in ogni ambito, a ogni livello. E cosa fanno quelli che vedevano lontano? Lanciano accuse, gridano al tradimento, accumulano arsenali, organizzano repressioni contro i “vecchi mostri” che starebbero riemergendo.

Insomma, la Storia sta preparandoci un amaro risveglio.

Lenin a Capri

December 31st, 2017 § Comments Off § permalink

La riedizione di un mio libro uscito molti anni fa.

E’ singolare come un saggio-romanzo storico possa rimanere valido nel tempo. In 25 anni il mondo è completamente cambiato ma il libro non mi sembra affatto invecchiato. Anzi, più attuale oggi di allora.

Lenin a Capri copertina

Economisti-scienziati o economisti-narratori?

October 6th, 2017 § Comments Off § permalink

Viviamo in tempi confusi e sarebbe bene non lasciare tematiche come etica ed epistemologia soltanto ai filosofi. In tale ottica, non sarebbe il caso di invitare gli economisti che ancora si ritengono scienziati a cambiare pelle e dichiararsi narratori? Narratori vincolati ai dati di fatto e a cui ovviamente dovrebbero essere proibiti effetti speciali e pure invenzioni. Ma comunque narratori. Alla lunga ne ricaverebbero una maggiore stima, sia generale sia personale. Scendere dal presunto altare della scienza li aiuterebbe a scrollarsi di dosso l’aura di hybris che ormai li avvolge e li soffoca. Sembra una questione marginale e invece, a mio parere, è fondamentale, identitaria.

Per argomentare questo invito parto dalle definizioni di scienza. In verità sono così numerose che qui appare inevitabile ridurle a due, radicalmente opposte. La prima – minimalista – afferma che la scienza è soltanto una metodologia operativa atta a comprendere i codici regolatori di fenomeni e processi che si svolgono in ambiti definiti allo scopo di garantirne una predittiva riproducibilità. La seconda – massimalista – sostiene che la scienza è la sola pratica che permette agli esseri umani di avvicinarsi a una cognizione oggettiva (e dunque vera) della realtà. Tra queste due definizioni estreme si ritrovano infinite sfumate varianti.

La prima di esse trova probabilmente il favore anche di ristoratori e casalinghe: anche loro sono scienziati visto che saper cucinare ogni giorno spaghetti al dente nonostante le potenziali variabili (altimetria, sezione dello spaghetto, rapporto grano duro-grano tenero ecc.) è splendido frutto di una metodologia che permette riproducibilità predittiva nel campo della gastronomia.

Con la seconda si schierano, non sempre col necessario pudore, soprattutto i cultori di scienze dure (fisica, chimica ecc.). Eppure il pudore sarebbe doveroso visti i tanti potenziali conflitti di interesse che si nasconodono in questo atteggiamento. Ergersi a chierici unici custodi di una pretesa gnosi, e distribuire a piacere scomuniche e assoluzioni, porta infatti di solito grandi vantaggi a fronte di pochi rischi.

In questa sede limito l’analisi ai cultori delle cosiddette soft science (appunto economia e anche sociologia, psicologia ecc.): costoro possono riconoscersi seriamente in una delle due definizioni? No. E neppure nelle molte intermedie. Ovviamente da una parte sanno di non poter garantire predittive riproducibilità: negli ultimi anni molti di loro hanno ricevuto tante di quelle smentite alle loro profezie che non possono più autoingannarsi. E dall’altra non possono fingere di tendere alla verità assoluta, ovvero a una conoscenza oggettiva delle realtà umane che sono troppo sfuggenti e che, come sappiamo, dipendono da chi le guarda e cambiano con il cambiare dell’osservatore.

Ma insomma, perché tanti economisti (come pure sociologi, psicologi ecc.) continuano a definirsi scienziati? Non sarebbe il caso di ammettere finalmente che sono dei narratori? Non perderebbero di status, anzi. La parola narratore non è affatto sminuente, se ben intesa. Narrare non significa solo raccontare storielle (o favole, balle, bubbole ecc.) ma anche, su un piano qualitativo, saper descrivere scenari, identificare conflitti, mostrare contesti. Il buon narratore costruisce “strutture di senso” che come bussole possono aiutare gli altri a orientarsi nella realtà (rendendola viabile) senza l’illusione di spiegarla, possederla, asservirla, esaurirla, conoscerla oggettivamente grazie al possesso della verità. Una buona narrazione di un viaggio nella foresta tropicale risulta molto più utile per attraversarla di un esaustivo catalogo di botanica.

Per quale motivo sarebbe importante definirsi narratori e non scienziati?

Perché nessun narratore pretenderà mai che le proprie narrazioni siano oggettive, o che garantiscano la riproducibilità predittiva: chi si sente scienziato cade spesso in questa tentazione – e si arruola, senza ammetterlo, tra le vestali del sacro tempio che è proibito mettere in discussione. Un narratore invece è già contento che qualcuno lo stia ad ascoltare e che trovi interessante il suo racconto.

Economisti travestiti da scienziati hanno spacciato bubbole utili alla loro carriera imbellettandole con grafici e formule e presentandole appunto come “scientificamente provate”. Qualcuno di loro ora passa la maggior parte del suo tempo a rimuoverne la memoria; altri sono talmente infuriati con la realtà perché non si è adattata alle loro previsioni da andare a cercare oscure forze maligne che avrebbero alterato il corso altrimenti naturale delle cose. Fossero stati invece economisti serenamente narratori avrebbero mostrato meno sicumere allora e ora potrebbero riderci sopra e costruirebbero narrazioni finalmente utili.

Uno dei timori che frena nel dichiararsi narratori è quello di non essere presi più sul serio nelle Accademie o altrove perché il narrare sconfina spesso nel mito, nel mistero, nell’irrazionale, nel mistico, nel “populistico”. Non a caso la parola narrazione a volte viene utilizzata in certi seriosi dibattiti come un sinonimo di fake story (mentre gode ancora di favore se citata come storytelling o narrative: al solito, siamo provinciali…). A parte il fatto che anche la storia della “scienza” è strapiena di paradigmi esoterici di cui oggi si può soltanto ridere (ma che, quando erano in voga, risultavano molto utili al potere politico e alle varie lobby) è comunque bene ricordare che il narrare ha statuti deontologici disciplinari spesso molto più severi di quelli di certa scienza magari servile nei confronti di sponsor pubblici e privati. Il bravo storico è un narratore, non uno scienziato, ma sa che rischia grosso se, nelle sue ricostruzioni, vengono scoperte falsificazioni documentarie o errori di luoghi o date. Il buon medico (quello che non si finge scienziato) sa che le sue ipotesi narrative (diagnosi e prognosi) hanno il vincolo assoluto di basarsi sull’anamnesi del paziente e devono tendere, per quanto possibile, alla soluzione della sua patologia.

Il bravo narratore (purché sia onesto) mette la faccia su quello che dice e non può tirare il sasso e poi nascondere la mano affermando che lui è innocente da qualunque colpa perché non ha fatto altro che rappresentare oggettività. Il buon narratore (purché sia serio) sa che le analogie sono analogie e non identità e che il contesto modifica il significato del particolare (per questo non propone ricette USA in Congo). Egli sa (purché sia modesto) tacere o chiedere supporto a chi è più informato di lui in quasi tutti gli ambiti (cosa pensare di certi scienziati che spiegano come insegnare ai bambini delle elementari “perché loro sì che sono razionali e la sanno lunga” mentre le maestrine, poverette, non capiscono nulla di infanzia e apprendimento…).

Il buon narratore (purché sia legittimo) è un suggeritore. Pone molte domande e dà poche risposte. E in questo momento tanto complesso le collettività hanno bisogno di suggerimenti, non di ricette scritte senza sentire il parere degli interessati. Insomma, in questi tempi confusi abbiamo necessità degli interrogativi aperti di veri narratori, non delle risposte semplicistiche di pretesi scienziati.

 

 

 

Le Regine Mab di oggi

October 2nd, 2017 § Comments Off § permalink

Chi è la regina Mab in Shakespeare?

Mercuzio lo spiega all’amico Romeo.

Mab è la levatrice delle fate. Più piccola dell’agata dell’anello di un anziano, vola di notte sul naso degli uomini addormentati ben guidata da squadre di piccoli atomi. Ha per cocchiere un moscerino, e la sua carrozza è un guscio di nocciola lavorato da uno scoiattolo: zampe di ragno i raggi delle ruote, luci di Luna i filamenti, un osso di grillo il manico della frusta.

Mab, regina delle chimere, attraversa le notti insinuandosi nei cervelli di chi giace e li porta a sognare ciò che più desiderano e non possono realizzare. Mab lacera veli e prudenze: così i cortigiani immaginano universali riverenze, gli azzeccagarbugli prestigiosi onorari, le dame abbandonate baci sulle labbra, gli amanti l’estasi ingannevole dell’amore eterno… E tutti al risveglio ne pagano le conseguenze.

Angosciato da quelle parole, Romeo gli chiede di fermarsi.  Teme i miraggi, le utopie, le fate morgane: “Peace, peace, Mercutio, peace! Thou talk’st of nothing.”1

E allora Mercuzio, che è vero amico di Romeo e ne conosce la fragilità, accetta di fare un passo indietro e finge che le sue siano soltanto fantasticherie: “E’ vero, io parlo dei illusioni, figlie di un cervello sfaccendato, … generate da vana fantasia sottile come l’aria e più incostante del vento…”

Eppure Mercuzio è ben cosciente di parlare di cose serissime, sia pur celate nelle vesti sorprendenti di miraggi e chimere. Sente che si stanno avvicinando drammi: quello di Romeo e di Giulietta e il proprio. Sa che ai sogni d’amore eterno spesso segue la morte. Sa che al gioco eccitato spesso segue il delitto. La Storia ha bisogno di sangue, e l’immaginare senza lungimiranza costruisce un futuro di disastri. La rabbia del Destino non attende altro che gli uomini si perdano estatici ghiribizzi per sfogare i suoi risentimenti.

Oggi la Regina Mab non è più minuscola ma enorme e tentacolare. Ha mille voci e non seduce soltanto di notte ma anche di giorno volando negli spazi infiniti dei mondi virtuali. E gli uomini con i piedi nel fango l’adorano estasiati.

1“Basta, basta, Mercuzio, basta! Tu parli di niente.”