Economisti-scienziati o economisti-narratori?

October 6th, 2017 Comments Off

Viviamo in tempi confusi e sarebbe bene non lasciare tematiche come etica ed epistemologia soltanto ai filosofi. In tale ottica, non sarebbe il caso di invitare gli economisti che ancora si ritengono scienziati a cambiare pelle e dichiararsi narratori? Narratori vincolati ai dati di fatto e a cui ovviamente dovrebbero essere proibiti effetti speciali e pure invenzioni. Ma comunque narratori. Alla lunga ne ricaverebbero una maggiore stima, sia generale sia personale. Scendere dal presunto altare della scienza li aiuterebbe a scrollarsi di dosso l’aura di hybris che ormai li avvolge e li soffoca. Sembra una questione marginale e invece, a mio parere, è fondamentale, identitaria.

Per argomentare questo invito parto dalle definizioni di scienza. In verità sono così numerose che qui appare inevitabile ridurle a due, radicalmente opposte. La prima – minimalista – afferma che la scienza è soltanto una metodologia operativa atta a comprendere i codici regolatori di fenomeni e processi che si svolgono in ambiti definiti allo scopo di garantirne una predittiva riproducibilità. La seconda – massimalista – sostiene che la scienza è la sola pratica che permette agli esseri umani di avvicinarsi a una cognizione oggettiva (e dunque vera) della realtà. Tra queste due definizioni estreme si ritrovano infinite sfumate varianti.

La prima di esse trova probabilmente il favore anche di ristoratori e casalinghe: anche loro sono scienziati visto che saper cucinare ogni giorno spaghetti al dente nonostante le potenziali variabili (altimetria, sezione dello spaghetto, rapporto grano duro-grano tenero ecc.) è splendido frutto di una metodologia che permette riproducibilità predittiva nel campo della gastronomia.

Con la seconda si schierano, non sempre col necessario pudore, soprattutto i cultori di scienze dure (fisica, chimica ecc.). Eppure il pudore sarebbe doveroso visti i tanti potenziali conflitti di interesse che si nasconodono in questo atteggiamento. Ergersi a chierici unici custodi di una pretesa gnosi, e distribuire a piacere scomuniche e assoluzioni, porta infatti di solito grandi vantaggi a fronte di pochi rischi.

In questa sede limito l’analisi ai cultori delle cosiddette soft science (appunto economia e anche sociologia, psicologia ecc.): costoro possono riconoscersi seriamente in una delle due definizioni? No. E neppure nelle molte intermedie. Ovviamente da una parte sanno di non poter garantire predittive riproducibilità: negli ultimi anni molti di loro hanno ricevuto tante di quelle smentite alle loro profezie che non possono più autoingannarsi. E dall’altra non possono fingere di tendere alla verità assoluta, ovvero a una conoscenza oggettiva delle realtà umane che sono troppo sfuggenti e che, come sappiamo, dipendono da chi le guarda e cambiano con il cambiare dell’osservatore.

Ma insomma, perché tanti economisti (come pure sociologi, psicologi ecc.) continuano a definirsi scienziati? Non sarebbe il caso di ammettere finalmente che sono dei narratori? Non perderebbero di status, anzi. La parola narratore non è affatto sminuente, se ben intesa. Narrare non significa solo raccontare storielle (o favole, balle, bubbole ecc.) ma anche, su un piano qualitativo, saper descrivere scenari, identificare conflitti, mostrare contesti. Il buon narratore costruisce “strutture di senso” che come bussole possono aiutare gli altri a orientarsi nella realtà (rendendola viabile) senza l’illusione di spiegarla, possederla, asservirla, esaurirla, conoscerla oggettivamente grazie al possesso della verità. Una buona narrazione di un viaggio nella foresta tropicale risulta molto più utile per attraversarla di un esaustivo catalogo di botanica.

Per quale motivo sarebbe importante definirsi narratori e non scienziati?

Perché nessun narratore pretenderà mai che le proprie narrazioni siano oggettive, o che garantiscano la riproducibilità predittiva: chi si sente scienziato cade spesso in questa tentazione – e si arruola, senza ammetterlo, tra le vestali del sacro tempio che è proibito mettere in discussione. Un narratore invece è già contento che qualcuno lo stia ad ascoltare e che trovi interessante il suo racconto.

Economisti travestiti da scienziati hanno spacciato bubbole utili alla loro carriera imbellettandole con grafici e formule e presentandole appunto come “scientificamente provate”. Qualcuno di loro ora passa la maggior parte del suo tempo a rimuoverne la memoria; altri sono talmente infuriati con la realtà perché non si è adattata alle loro previsioni da andare a cercare oscure forze maligne che avrebbero alterato il corso altrimenti naturale delle cose. Fossero stati invece economisti serenamente narratori avrebbero mostrato meno sicumere allora e ora potrebbero riderci sopra e costruirebbero narrazioni finalmente utili.

Uno dei timori che frena nel dichiararsi narratori è quello di non essere presi più sul serio nelle Accademie o altrove perché il narrare sconfina spesso nel mito, nel mistero, nell’irrazionale, nel mistico, nel “populistico”. Non a caso la parola narrazione a volte viene utilizzata in certi seriosi dibattiti come un sinonimo di fake story (mentre gode ancora di favore se citata come storytelling o narrative: al solito, siamo provinciali…). A parte il fatto che anche la storia della “scienza” è strapiena di paradigmi esoterici di cui oggi si può soltanto ridere (ma che, quando erano in voga, risultavano molto utili al potere politico e alle varie lobby) è comunque bene ricordare che il narrare ha statuti deontologici disciplinari spesso molto più severi di quelli di certa scienza magari servile nei confronti di sponsor pubblici e privati. Il bravo storico è un narratore, non uno scienziato, ma sa che rischia grosso se, nelle sue ricostruzioni, vengono scoperte falsificazioni documentarie o errori di luoghi o date. Il buon medico (quello che non si finge scienziato) sa che le sue ipotesi narrative (diagnosi e prognosi) hanno il vincolo assoluto di basarsi sull’anamnesi del paziente e devono tendere, per quanto possibile, alla soluzione della sua patologia.

Il bravo narratore (purché sia onesto) mette la faccia su quello che dice e non può tirare il sasso e poi nascondere la mano affermando che lui è innocente da qualunque colpa perché non ha fatto altro che rappresentare oggettività. Il buon narratore (purché sia serio) sa che le analogie sono analogie e non identità e che il contesto modifica il significato del particolare (per questo non propone ricette USA in Congo). Egli sa (purché sia modesto) tacere o chiedere supporto a chi è più informato di lui in quasi tutti gli ambiti (cosa pensare di certi scienziati che spiegano come insegnare ai bambini delle elementari “perché loro sì che sono razionali e la sanno lunga” mentre le maestrine, poverette, non capiscono nulla di infanzia e apprendimento…).

Il buon narratore (purché sia legittimo) è un suggeritore. Pone molte domande e dà poche risposte. E in questo momento tanto complesso le collettività hanno bisogno di suggerimenti, non di ricette scritte senza sentire il parere degli interessati. Insomma, in questi tempi confusi abbiamo necessità degli interrogativi aperti di veri narratori, non delle risposte semplicistiche di pretesi scienziati.

 

 

 

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