Erasmus per adulti…

May 17th, 2012 § Comments Off § permalink

… o del ministro nel Connecticut.

Dunque il ministro della Giustizia Paola Severino è volata fino nel Connecticut per imparare a come sfoltire la popolazione carceraria ( ce lo dice Maurizio Molinari sulla Stampa del 15 maggio u.s. - http://www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/giustizia-il-ministro-severino-in-connecticut-a-lezione-di-svuota-carceri ). Un viaggio molto istruttivo, a quanto pare.

In effetti sembra tutto molto ragionevole: quello Stato è uno dei più liberal degli USA, ha appena abolito la pena di morte e, se ha 16.000 detenuti, pare ne avrebbe il doppio senza sagaci leggi sul reinserimento che hanno un successo del 58%. Parlando con Leo Arnone, titolare del Dipartimento alle carceri, il ministro “fa domande tecniche, prende appunti e si dimostra ferrata sulle leggi del Connecticut “. Dice di essere in visita perché quello Stato è “un modello di successo negli Stati Uniti”: i suoi 16 penitenziari sono puliti, senza troppe restrizioni fisiche e insieme dal ferreo regime di sicurezza.  Arnone le spiega che le prigioni servono a riabilitare, non a sfornare criminali come quelli che sono entrati,  e che per il reinserimento degli ispanici e degli afroamericani è determinante la collaborazione delle Chiese. E aggiunge che i buoni risultati non sono stati ottenuti con leggi lassiste bensì con l’esatto contrario, con norme molto conservatrici per cui assai raramente il condannato esce prima del termine. Al termine dell’incontro, avvenuto nel Garner Correctional Institution, la Severino ringrazia per quanto “ha visto e ha imparato”.

Una notizia edificante. In apparenza. Perché per valutarla forse bisognerebbe ricordarsi di contestualizzarla. Per esempio guardando quanti sono gli abitanti del Connecticut: soltanto 3.500.000. E il suo reddito medio: 54.000 dollari all’anno ( procapite è al primo posto negli USA ). Se in Italia avessimo gli stessi tassi di carcerazione ci sarebbero circa 280.000 detenuti. Adesso sono soltanto 65.000. ( In altre parole, nel Connecticut è detenuta circa una persona su 218, in Italia 1 su mille ). E uno va nel Connecticut per imparare a sfoltire la popolazione carceraria? Meno male che quello Stato è uno dei più liberal… liberal soltanto negli USA. Meno preda di una “ossessione securitaria” degli altri ( in tutti gli Stati Uniti la percentuale di carcerati è di un detenuto su 125 abitanti, in Italia sarebbero mezzo milione… ). Ma perché mai il ministro non fa un volo molto più breve e se ne va a vedere e imparare in Paesi europei che, pur non essendo paradisi, presentano condizioni di vita carceraria migliori dell’Italia e del Connecticut?

Forse sono altre  le vere motivazioni di questo Erasmus ministeriale. Una subalternità culturale agli Stati Uniti? La convinzione che i problemi delle carceri si risolvono “con leggi ferree”? Necessità di relazioni internazionale con una forte comunità di origini italiane?

Un classico caso di narrazione deformata.

P.S. Di certo la battuta finale dell’articolo fa ricordare che al giornale non si dimentica mai la voce del padrone…

Narrazioni di distruzione…

April 27th, 2012 § Comments Off § permalink

… di massa.

Se vi interessano le tematiche che interessano a me, e che di norma cerco di trattare in questo sito – sia pure in modo un po’ discontinuo – vi consiglio la lettura dell’ultimo Quaderno Speciale di Limes (“Media come armi”, A.4 n°1). In sintesi vi si afferma, e in modo assai articolato, che i media ( e il Web in particolare ) rappresentano ormai il vero grande terreno di confronto sul quale oggi viene combattuto lo scontro globale tra le Potenze occidentali e quelle emergenti. E si sostiene che superpotenza americana – ormai svanite le illusioni di totale dominio unipolare economico-militare della Terra degli anni scorsi – punta, per mantenere la propria pericolante egemonia in una prospettiva di full power spectrum, a un ferreo presidio del cyberspazio: il mondo digitale diventa così un quinto terreno di confronto (dopo terra, mare, aria e spazio extra-terrestre ) al contempo civile ma per molti aspetti già bellico dove si svolgono confronti durissimi ma per ora poco visibili alle opinioni pubbliche.  Insomma, all’hardpower delle armi tradizionali si sta sommando (non sostituendo) il softpower (o meglio, lo smartpower) delle guerre mediatiche e ideologiche: e anche su questo terreno gli USA non vogliono cedere.

Il livello della riflessione degli articoli è complessivamente buono, e sconcerta accorgersi quanti anni-luce separino queste analisi teoriche rispetto alla confusa pratica quotidiana della maggior parte di giornalisti ( e politici ) che sembrano apparentemente vivere in un lontano passato in piena inconsapevolezza. Ma forse non è così, e molti di essi vivono ben immersi nel presente Per questo viene il dubbio che, se essi mostrano di capire poco o punto quanto sta accadendo, ciò avviene soprattutto per un motivo: fingere di non capire è più comodo, meno pericoloso e quotidianamente più remunerativo del far capire di aver capito ( perché i collettori mainstream di sotto-notizie web, per esempio, si basano spesso sui vecchi metodi della clientela e del denaro).

Nella quinta dimensione, quella appunto del cyberspazio, mi sembra si combattano due conflitti principali, strettamente intrecciati e con ricadute dirette o indirette negli altri domini di potenziale confronto bellico. I due conflitti sono quello mediatico e quello propriamente ideologico. Lasciamo per ora da parte il secondo e parliamo soltanto del primo. Attraverso l’uso sistematico dello storytelling e proclamando ai quattro venti una sorta di democrazia universale che il Web garantirebbe nella produzione di news e nell’accesso alle stesse, si sono ormai costruiti schermi virtuali e avvolgenti su cui, alla velocità della luce, vengono proiettate rappresentazioni di realtà totalmente false e deformate ( si vedano le falsificazioni sistematiche nel caso siriano ben raccontate da Margherita Paolini ). Rappresentazioni di realtà al contempo aumentate e distorte, prive di proporzioni, deprivate di continuità spazio-temporale ( come i quadri allegorici dei pittori rinascimentali ) ma fortemente emotive e quindi riprese in modo “stolto” dai media, che ricadono nello stesso “errore” da anni e sembrano non trovar mai la capacità di filtrare criticamente ciò che riportano ( o, come detto, forse spesso non vogliono ). Rappresentazioni, ancora, che si susseguono con una esponenziale velocità di sostituzione che vede qualunque opera di smascheramento giungere sempre in ritardo ( per questo la critica a prima vista appare inutile soltanto perché vecchia) e la cui persistenza oggettiva sfugge alla memoria di chi le consuma: di esse rimangono – grazie a un effetto quasi subliminale – soltanto sensazioni e non dati. Difendersi al singolo sembra impossibile perché egli si ritrova al centro di un bombardamento “shock and ave” (colpisci e sgomenta, tecnica specificamente militare) a cui non ha modo di reagire. Il risultato è una perdita di spirito critico di massa, considerando una massa come una somma di singoli individui.

Esiste possibilità di opporsi a questa deriva? Speriamo di sì. Certo appare  indispensabile costituire punti di resistenza collettivi sia per resistere a queste ondate sia per riemergere non appena esse mostrano crepe o insufficienze. Perché la velocità stessa della produzione di queste narrazioni distruttive le rende friabili, acide e alla fine talmente  false rispetto a quanto accade nella vita quotidiana ( si pensi alle narrazioni economiche neo-liberiste a confronto con la crisi) da risultare inaccettabili a livello di massa. E soprattutto confidare che, alla lunga, gli autori di queste finzioni – come tutti i narratori abili a travestirsi ma presto inebriati dalla propria capacità di imbrogliare – rimangano prigionieri delle loro stesse bugie.

Dagli all’untore!

March 27th, 2012 § 0 comments § permalink

Capri espiatori contemporanei.

Il meccanismo sociale attraverso il quale, nei secoli, innumerevoli comunità umane hanno costruito un capro espiatorio su cui rovesciare rabbie e paure è ben noto. Qualcuno ( a volte completamente innocente, a volte colpevole ma per colpe molto più banali ) per un insieme di circostanze – occasionali o ben volute dal Potere – diventa agli occhi della maggioranza il responsabile di tutta una serie di drammi, disastri, tragedie, crimini. Vi è una funzione “sfogatoria” in questo suo ruolo: un gruppo sociale non riesce “strutturalmente” a difendersi da una minaccia o da un pericolo e tutta quell’angoscia si riversa, ben guidata da gruppi interessati, su qualcuno da sacrificare. Da punire. Da maledire. Da fare a pezzi. Da distruggere. Un tempo i capri espiatori erano gli eretici, gli untori, i dissacratori dei “supremi valori”; ma anche interi popoli, etnie, gruppi politici. E i roghi, gli smembramenti, le impiccagioni erano grandi spettacoli pubblici molto popolari che concludevano narrazioni orrende e tenebrose.

Nella seconda metà del Novecento parve, quanto meno nel mondo sviluppato, che questo meccanismo venisse utilizzato in misura minore. Il conflitto della Guerra Fredda sembrava portare soprattutto su un livello politico, forse molto sanguinoso ma meno irrazionale, la ricerca del “colpevole” dei guai generali. In ogni caso, alle costruzioni di capri espiatori importanti settori della società reagivano criticamente.

Da una ventina di anni invece sta tornando ad essere un format fondamentale delle grandi narrazioni sociali. Ogni giorno qualcuno, ormai, porta la colpa dei malesseri delle “invasioni di locuste” contemporanee  o delle improvvise moderne pestilenze. Se questo qualcuno non ha una sufficiente forza o non gode di sufficienti protezioni per opporsi alla stigmatizzazione dei media o delle istituzione del Potere, ebbene, costui non ha speranza, la Colonna Infame è già pronta per lui ( o per loro ).

Negli ultimi anni Rom, Romeni, Albanesi, lavavetri, Vu Cumpra’, clandestini, mussulmani sono stati via via i capri espiatori ai disastri del potere politico e delle sue ruberie. Il Potere ti ha continuato a dire di guardare in basso – e di vedere in loro le cause dei disastri sociali, della violenza, della ingiustizia – e mai in alto, nelle classi dirigenti corrotte e violente. E soltanto gruppi ristretti della società cercavano di opporsi a queste narrazioni che, basandosi spesso su dati parziali o inessenziali, indicava di volta in volta “mostri” da schiacciare ( e spesso venivano schiacciati per davvero ).

Ma ormai la “domanda sociale di capri espiatori”, alimentata da un malessere che appare irreversibile e ben nutrita dalle classi dirigenti, risulta insaziabile. E tanto più le aree di crisi si diffondono e si articolano, tanto più l’offerta di capri espiatori si deve specializzare. Al disastro delle infrastrutture si risponde con la criminalizzazione dei No Tav; alla crescita degli squilibri sociali si replica con la carcerazione di massa ( un problema di tutto l’Occidente: i detenuti si sono moltiplicati per tre-quattro volte con meno reati ); all’insicurezza pubblica con la creazione di nemici lontani da fare a pezzi; alla bancarotta economica con la stigmatizzazione dell’egoismo sociale (!) dei pensionati o dei lavoratori dipendenti.

La costruzione del “mostro” Brega Massone sembra, per molti aspetti, ripercorrere le stesse millenarie regole. Per salvare quello che potrebbe apparire un sistema sanitario strutturalmente malato si costruisce, con maggiore o minore lucidità e coscienza, una grande orrorifica narrazione che identifica un “infame” sulla cui mostruosità deviare la rabbia generale ( e a questa operazione sembrano partecipare in molti, a volte forse con consapevolezza ma più spesso con semplice disattenzione, ingenuità, abitudine professionale, subalternità a strutturazioni ideologiche collettive, malinteso e decontestualizzato senso etico ). Per saperne di più – e giudicare davvero con la propria testa, fuori dalle deformazioni mediatiche – val la pena di ascoltare il processo su Radio Radicale  - http://www.radioradicale.it/searchx/www?scope=1&query=brega%20massone&groups=22,21,24 - e leggere il libro edito da Paginauno di Giovanna Cracco e Giovanna Baer –  http://www.edizionipaginauno.it/santa-rita-brega-massone-giovanna-cracco-baer.php ).

Noi dobbiamo accettare l’idea di vivere ancora – o di nuovo – immersi in narrazioni criminalizzanti, spesso costruite con abilità, a volte straordinariamente rozze, proprio come al tempo della caccia alle streghe o agli untori. Narrazioni di cui si perde, nell’inflazione informativa, il filo logico e delle quali non si riesce più a identificare gli autori. E per questo, per difendere il vero “bene pubblico”, dobbiamo sempre cercare di smontarle là dove sono infondate, rimanendo costantemente animati da un forte spirito critico.

Il futuro dell’Europa…

March 6th, 2012 § Comments Off § permalink

… è un fascio littorio?

Uno spot singolare, pagato con soldi pubblici europei. Una bella fanciulla è circondata da tre selvaggi nemici, molto bellicosi e molto esotici. Uno cinese, uno indiano, uno brasiliano. Curioso che ne abbiano dimenticato un quarto (un pugile o un wresler USA) e forse anche un quinto (un rude cosacco)…

Val la pena di guardarlo perché appare molto significativo ( è a metà pagina):

http://www.haisentito.it/articolo/spot-ue-suscita-polemiche-e-razzista/49869/

In questo caso non si tratta tanto di un messaggio razzista. Si tratta soprattutto di un messaggio di paura, della profonda paura delle attuali classi dirigenti europee. Abituate a un mondo-colonia, in cui l’asse euro-atlantico dominava popoli inferiori e incapaci, ora vedono come straordinarie minacce Cina, India e Brasile. Dimenticano che molti dei peggiori guai degli ultimi tempi vengono dagli USA ( ma questo non si può dire per motivi geostrategici ). E non scordano che la Russia è la potenza che ci fornisce il gas. E allora le paure vengono attizzate e canalizzate soltanto verso gli ex-Emergenti ora emersi. Ma che fanno quelli, non stanno più al loro posto?

Ecco allora la risposta di questi leader europei pure compattamente neoliberisti: uniamoci, noi che siamo bravi e belli ma piccoli, e li metteremo in riga tutti quanti. Una risposta con delle sfumature già un po’ fasciste…

Complotti…

March 4th, 2012 § Comments Off § permalink

… e complottismi

La questione, mi sembra, viene spesso affrontata in base a uno di questi due modelli interpretativi ( ovviamente, qui molto schematizzati ) .

1° Modello

Da una parte stanno le verità dei “fatti”, pienamente acclarate dal mainstream giornalistico e televisivo tranne che in particolari del tutto marginali. Tali verità vanno in sostanza pienamente credute – fino a prova contraria – visto che sono il frutto di un sistema “libero”, articolato, dinamico. Un sistema che comunica soltanto l’essenziale, che si occupa di ciò che interessa per davvero all’opinione pubblica e che da questa viene tenuto sotto controllo perché la gente sa ben giudicare ciò che è importante e ciò che non lo è. Un sistema democratico e disponibile ad accettare il contraddittorio.

Dall’altra parte stanno le congetture paradossali, le ipotesi fantasiose, gli scenari alternativi dei complottisti di ogni genere e sorta. Questi, come bui e oscuri eversori, spesso nascondendosi nel Web o in formazioni politiche marginali, mescolano e confondono le carte, irridono ai dati oggettivi, seminano il dubbio e l’incertezza al servizio di chissà quali interessi clandestini, nascondono le loro fonti.

2° Schema

Da una parte esiste un organico “Sistema Integrato Multimediale” ( da non confondersi con il SIM, lo “Stato Imperialista della Multinazionali” della tradizione brigatista ) che, fingendo di funzionare in base al sacro principio della “libertà di stampa”, in realtà è al servizio dei Grandi Poteri Mondiali per costruire narrazioni del tutto false ma funzionali all’edificazione della “Società dello Spettacolo” nella quale siamo immersi. La sua potenza di fuoco è tale che soltanto agendo trasversalmente, secondo i principi della “guerra asimmetrica”, è possibile combatterlo.

Dall’altra parte stanno degli esseri liberi, dei piccoli gruppi di opposizione che combattono la falsità di queste rappresentazioni dominanti perché le ritengono strumentali al mantenimento dell’ingiustizia nella quale vive il mondo oggi. Essi agiscono con agilità, senza ipocrisie e in base a principi etici e non di convenienza economica.

Io, francamente, in questa manicheistica contrapposizione non mi ritrovo. Non credo né a un modello interpretativo né all’altro.

La questione è più complessa…

 

Ricordare a se stessi

February 3rd, 2012 § 0 comments § permalink

A quale scopo scrivo queste note?

E’ bene domandarsi le motivazioni di quello che si fa, ogni tanto. Non troppo spesso. Ma ogni tanto sì.

Le ragioni di questi appunti rapidi – ma non istantanei – possono essere molte. Una mi sembra di particolare importanza.

Li scrivo per ricordare a me stesso. Per cercare di dare una forma compiuta a dei pensieri e per fissarli (non sulla carta ma nella mente). Per formattarli, sottraendoli per qualche tempo alla vaghezza e all’approssimazione della quotidianità. Per rivederli forse un giorno (forse…) e riconsiderarne pregi e limiti. Un po’ come un diario, ma non di quelli personali, privati, intimi. Un diario pubblico, consultabile da chiunque abbia voglia di leggerlo.

Ma se anche non rivedrò mai queste sintetiche riflessioni, l’essermi appunto costretto a dar loro una forma leggibile da altri mi dà la sensazione di trasformarle in un tassello preciso, in un mattoncino per qualche tempo utilizzabile e riutilizzabile, sottraendoli dalla natura di ectoplasma* alla quale altrimenti sarebbero certamente condannate.

* Ectoplasma: … quella sostanza che, in specifiche condizioni, fuoriesce o fuoriuscirebbe dal corpo di un medium…

Slittamenti semantici

January 28th, 2012 § 0 comments § permalink

Internazionale…

Questa è una delle parole che più sembrano aver cambiato significato, negli ultimi anni.

Internazionale, in origine, voleva dire “che riguarda più nazioni”. E uscendo  da un’epoca nella quale il nazionalismo aveva combinato ogni genere di guai, fino a qualche tempo fa essa aveva assunto una valenza positiva, di oggettiva contrapposizione ai limiti del “nazionale”, delle sue ristrettezze  localistiche, delle sue presunzioni sciovinistiche. Internazionale era diventato quasi un sinonimo di condiviso, di concordato, addirittura di comunitario… Se molti non giungevano fino all’internazionalismo, a quella parola si attribuiva anche una sorta di implicito rispetto delle diversità, elemento base per una comprensione tra i popoli.

Ma nella stagione delle “ingerenze umanitarie” il termine internazionale ha cambiato valenza. Ora si parla di “comunità internazionale” e si allude a una sorta di Cupola decisionista composta da “eletti” (i Paesi dell’Occidente atlantico) che, con la scusa dello sviluppo economico e del rispetto del diritti fondamentali della persona, si arroga il diritto di rieducare i cattivi del mondo a suon di bombe ( e di saccheggiarli con la scusa di aiutarli: la riedizione del colonialismo per cristianizzare e per civilizzare ). Per non parlare delle “agenzie internazionali di rating” che, rispondendo oggettivamente a interessi occulti ma non sotterranei, valutano società e Stati con la convinzione – chissà quanto innocente – di dare valutazioni scientifiche: valutazioni che, guarda caso, nella realtà dei fatti rafforzano i forti e aggravano i problemi dei deboli.

Dalle Internazionali proletarie alle agenzie internazionali di rating: quanta strada fanno le parole.

Lezioni inutili della Storia (III)

January 2nd, 2012 § Comments Off § permalink

Qualunque attacco è una “autodifesa”.

Infatti nessuno ( a suo dire ) attacca per attaccare. Neppure la più criminale delle organizzazioni, la più terroristica delle sétte, il più spietato servizio segreto. E’ andata sempre così. Un attacco, qualunque ne sia la forma, è sempre portato per… “difendersi”. Per difendere i propri ideali, la propria esistenza, la propria religione, la propria libertà. O addirittura la libertà di tutti, il diritto delle genti, il bene dell’umanità (!) e la speranza di un futuro migliore per i nostri figli. Insomma, si colpisce per raddrizzare un torto, presente, passato o futuro. Si fa la guerra per evitarla…

Tutto ciò a parole, ovviamente. Perché quasi sempre la decisione di attaccare ( di norma originata soprattutto da interessi meschini, da miserevoli opportunismi, dalla necessità di deviare l’attenzione dell’opinione pubblica da altre questioni ) precede la ricerca dei pericoli dai quali “ci si sta difendendo”. Una ricerca che poi, a volte, si rivela assolutamente ridicola nella sua “sproporzionalità”. Maggiore è la potenza dell’attaccante, maggiore e più articolata sarà la campagna mediatica per giustificare l’attacco. E anche una motivazione del tutto ridicola diventa credibile per un mainstream giornalistico di creduloni, di embedded, di spiriti gregari. Oppure per chi ha interesse in quella guerra. E se il pretesto proprio non si riesce a trovarlo, ebbene, che si faccia scoppiare una bomba, che si dipinga una minaccia incombente, che si sveli una rete di complottatori…

Per non andare troppo indietro nel tempo, pensiamo alle grottesche giustificazioni degli attacchi americani a Grenada e a Panama. O ai bombardamenti a Gaza. O all’intervento in Afghanistan, che doveva liberare le donna dal burqa e si è visto com’è andata a finire. O agli inganni degli interventi umanitari in Costa d’Avorio, in Libia, in Somalia…

Quando ci spiegano le ragioni di una guerra, la prima cosa da fare è non crederci. Ci si azzecca quasi sempre.

Lezioni inutili della Storia (II)

December 30th, 2011 § Comments Off § permalink

La Storia non premia la Verità: premia i vincitori.

Per la guerra con l’Irak la “Comunità internazionale” giustificò il suo scendere in campo affermando che quel Paese era in possesso di armi di distruzione di massa e “bisognava fermarlo”. Il Segretario di Stato americano esibì davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU ( e all’opinione pubblica internazionale ) una straordinaria serie di falsità ( con rapporti, video, fotografie, boccette di sostanze misteriose ) per giustificare l’aggressione.  Saddam dal canto suo negava tutto. Le grandi manifestazioni contro la guerra furono del tutto inutili: i loro partecipanti venivano denunciati come degli ebeti complici oggettivi di un criminale. Alla fine, almeno centomila morti dopo, si è visto che aveva ragione Saddam ( che è finito impiccato ) e non Bush e i suoi alleati. Questi ultimi avevano proprio mentito, molti consapevolmente, altri inconsapevolmente ( ma la sostanza non cambia ). Le loro menzogne però oggi sono state dimenticate, o vengono considerate “trascurabili” da raffinati strateghi in base a considerazioni di realpolitik. Non che Saddam fosse buono, ma in questo caso – e centomila morti dopo – si è visto che aveva ragione lui ( e soprattutto avevano ragione i pacifisti ).

La “Comunità internazionale” ( un concetto vago che di norma coincide con l’altrettanto vago concetto di “Occidente”, che a sua volta si identifica in base a una comune adesione a dei pretesi “valori occidentali” di democrazia e rispetto dei diritti umani a loro volta legittimati dalla “Comunità internazionale: insomma, un circolo “virtuoso”…) adesso afferma che l’Iran sta costruendo la bomba atomica. L’Iran nega. A chi bisogna credere? Fra dieci anni forse lo sapremo. Forse dopo un immenso numero di morti.

La “Comunità internazionale” denuncia, di questi tempi, che in Siria il Regime commette quotidianamente repressioni sanguinose. Quel governo nega. Alcuni osservatori internazionali gli danno ragione ma per la “Comunità internazionale” sono dei fessi o dei venduti. Se gli dessero torto diventerebbero probabilmente delle persone serie e oneste. E il mainstream giornalistico non ha dubbi, anche se riporta di norma notizie prese da un sito che le ha prese da un altro sito che le ha prese da un sito clandestino di oppositori che non possono rivelare la loro identità… Proprio come è avvenuto in Irak e in Libia: chi afferma che le questioni sono più complesse diventa un venduto ai dittatori. Che rimangono esecrabili dittatori, ma non per questo su tutto devono per forza mentire… ( invece i dittatori che, chissà per quale motivo, alla “comunità internazionale” vanno bene diventano portatori di verità).

Bisognerebbe sempre dubitare delle pretese “Verità” spacciate da chiunque, dai “buoni” come dai “cattivi”, perché spesso chi sono i buoni e chi i cattivi verrà deciso dopo, in base a chi ha vinto.

Insomma, le menzogne fanno parte della Storia (  ma si ricordano soltanto quelle dei vinti ).

Lezioni inutili della Storia (I)

December 5th, 2011 § Comments Off § permalink

Imperium abhorret a vacuo.

Il Potere rifiuta il vuoto. Se te ne dimentichi sei un illuso. Un ingenuo.

Si inventano le tecniche agricole e sorgono gli imperi idraulici.

Si impara a navigare e si affermano le talassocrazie.

Si esplorano nuovi mondi e il colonialismo li conquista.

Si scopre come volare e si affinano prima le tecniche del bombardamento a tappeto, poi quelle “intelligenti”.

Si colonizza l’etere e si spiano le comunicazioni a distanza di tutto il mondo.

Si tesse la Rete e la si traveste in modo tale che la maggior parte delle persone spontaneamente, liberamente, distrugga la sua privacy negli archivi digitali dei servizi segreti o non segreti…

In altre parole, se la tecnologia o la scienza creano nuove possibili dimensioni all’attività umana, le “classi dominanti”  fanno di tutto per conquistarle. A volte ci riescono completamente, a volte no. Ma pensare che non si diano da fare per impadronirsene, ecco, questa è una illusione. Una ingenuità.